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  • venerdì 7 febbraio 2014

Gli scontri in Bosnia-Erzegovina

Le proteste sono iniziate contro la privatizzazione e la bancarotta di 4 importanti aziende locali, poi sono diventate violente e si sono diffuse in altre città del paese

Da giovedì 6 febbraio in diverse città della Bosnia-Erzegovina migliaia di persone stanno manifestando contro il governo per la difficile situazione economica del paese, la disoccupazione e la forte corruzione nell’amministrazione pubblica. Le proteste sono iniziate martedì a Tuzla, terza città bosniaca per numero di abitanti, capoluogo dell’omonimo cantone e centro industriale della Bosnia settentrionale, dopo che quattro grandi aziende (Konjuh, Polihem, Dita e Resod-Gumig) hanno licenziato centinaia di lavoratori dopo essere state privatizzate e aver dichiarato bancarotta.

Dopo essere iniziate pacificamente, mercoledì e giovedì le proteste a Tuzla si sono trasformate in scontri piuttosto violenti: la polizia ha usato il gas lacrimogeno per respingere i manifestanti, che a loro volta hanno iniziato a lanciare pietre e uova contro l’edificio del governo locale. Più di 100 persone sono rimaste ferite, soprattutto poliziotti. Il leader della regione di Tuzla, Sead Causevic, ha spiegato alla televisione di stato bosniaca che la privatizzazione delle quattro aziende è stata una grossa fregatura, ma che lui non ci ha potuto fare niente: era stata decisa prima che il suo governo prendesse il potere.

Giovedì le proteste si sono diffuse in altre città della Bosnia ed Erzegovina – Sarajevo, Zenica, Bihac e Mostar – per esprimere solidarietà ai lavoratori di Tuzla. In particolare a Sarajevo sono iniziati venerdì degli scontri piuttosto violenti, durante i quali i manifestanti hanno preso d’assalto diversi edifici governativi, tra cui il palazzo presidenziale.

Le manifestazioni sono poi diventate un’opportunità per criticare l’operato del governo su diverse questioni, anche in vista delle prossime elezioni generali che si terranno a ottobre. Uno dei problemi più grossi è la disoccupazione, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro è pari al 27,5 per cento, la più alta dei Balcani, mentre quella giovanile (quindi di persone tra i 15 e i 24 anni) supera il 60 per cento. Come spiega Associated Press, un altro problema per la Bosnia-Erzegovina è stato l’ampio processo di privatizzazione che ha seguito la fine del comunismo e la guerra 1992-1995, che ha fatto praticamente scomparire la classe media e ridotto in povertà quella operaia.

Nermin Niksic, primo ministro della Federazione di Bosnia-Erzegovina – una delle due entità politico-amministrative in cui è suddiviso il paese, che è anche quella a maggioranza musulmana e croata – ha commentato le proteste dei giorni scorsi dicendo: «Mettiamo da una parte i lavoratori, lasciati senza i loro diritti basici come le pensioni e i benefici legati alla sanità.., e dall’altra parte i teppisti, che usano questa situazione per creare caos». Niksic ha tenuto giovedì una riunione di emergenza con i responsabili della sicurezza regionale, decidendo, tra le altre cose, la chiusura delle scuole per la giornata di venerdì e il rilascio di 27 persone precedentemente arrestate.

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