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  • giovedì 6 febbraio 2014

La vita nella Repubblica Centrafricana

Saccheggiatori, miliziani, rifugiati e case a cui sono rimaste solo quattro mura: un reportage fotografico da un paese dove in meno di un anno sono state uccise migliaia di persone

Nella Repubblica Centrafricana, paese dell’Africa Centrale con una popolazione stimata di quasi 4 milioni e mezzo di abitanti, da mesi stanno andando avanti gravi violenze settarie principalmente tra gruppi musulmani ribelli – riuniti nella coalizione “Seleka” – e milizie cristiane. Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, i miliziani sono coinvolti in «nuove ondate di attacchi terribili contro i civili», aggiungendo che i gruppi musulmani potrebbero essere stati assistiti in alcuni casi anche dalle truppe di peacekeeping del Ciad. L’ultimo episodio di grave violenza c’è stato ieri, quando alcuni soldati centroafricani hanno linciato un uomo accusato di essere un ribelle: l’hanno pugnalato e picchiato, l’hanno mutilato e poi il suo corpo – alla presenza di molti testimoni, tra cui il direttore emergenze di HRW – è stato bruciato nella capitale Bangui.

Dall’inizio del conflitto – nel marzo del 2013, quando i ribelli assistiti da mercenari provenienti da Ciad e Sudan presero il potere con un colpo di stato contro l’allora presidente François Bozizé – nella Repubblica Centrafricana sono state uccise migliaia di persone. Le violenze sono continuate nonostante l’elezione da parte del parlamento della prima presidente donna della Repubblica Centrafricana, Catherine Samba-Panza, cristiana ma considerata “neutrale” dalle diverse forze politiche del paese. Poco prima che fosse compiuto il linciaggio a Bangui, proprio Samba-Panza si era rivolta ai soldati durante una cerimonia militare ufficiale, dicendo: «Nel giro di un mese, vorrei potere mettere in sicurezza la maggior parte del paese [..]. A un certo punto ognuno sarà responsabile delle sue azioni, e sto avvertendo i facinorosi che continuano a seminare disordini nel paese».

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