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  • martedì 21 gennaio 2014

Tre falsi miti sulla povertà

Non è vero che la riduzione della povertà porterà alla sovrappopolazione, per esempio: Bill e Melinda Gates spiegano cosa hanno imparato con la loro fondazione

Nonostante l’opinione diffusa per cui, genericamente, tutto va a rotoli, le cose peggiorano e dove-andremo-a-finire, i dati dicono che da quasi ogni punto di vista il mondo è oggi un posto migliore di quanto non lo sia mai stato: negli ultimi 25 anni la povertà estrema è stata dimezzata, la mortalità infantile sta crollando e molti paesi che per lungo tempo avevano vissuto di aiuti internazionali sono ora autosufficienti. Secondo Bill e Melinda Gates, che da anni investono forze e risorse in una delle più grandi e fattive fondazione umanitarie al mondo, il motivo è che siamo vittime di tre pericolosi miti su cosa sia e come funzioni la povertà. In un articolo pubblicato il 17 gennaio sul Wall Street Journal, i coniugi Gates hanno cercato di sfatarli.

Primo mito: i paesi poveri sono condannati a restare poveri per sempre
È opinione diffusa che i paesi poveri lo saranno per sempre, e che di conseguenza non ha molto senso investire nella loro crescita e inviare aiuti economici. Ma questo è un luogo comune privo di fondamento, spiega l’articolo, e la situazione economica di molti paesi che in passato hanno ricevuto aiuti umanitari è radicalmente migliorata. Bill e Melinda Gates argomentano raccontando della loro esperienza a Città del Messico:

La prima volta che visitammo Città del Messico, nel 1987, la maggior parte delle case era senza acqua corrente ed era molto frequente incontrare persone a piedi che andavano alla fontana per riempire taniche d’acqua. Scene che ricordavano l’Africa rurale. […] Oggi la città è incredibilmente cambiata, piena di nuovi palazzi, aria pulita, nuove strade e ponti. Nonostante si trovino ancora sacche di povertà, quando la visitiamo ora pensiamo: “Wow: la maggior parte delle persone fanno parte della classe media. Che miracolo!”.

Secondo i Gates questa tendenza al miglioramento delle condizioni economiche è comune a diverse aree del mondo e ha contribuito alla formazione di una classe di paesi a reddito medio che non esisteva cinquant’anni fa e che ora comprende più di metà della popolazione mondiale. Il reddito medio in Turchia e in Cile è al livello di quello degli Stati Uniti negli anni Sessanta, quello del Gabon e della Malesia ha quasi raggiunto quel livello e anche l’Africa si ritrova in questa tendenza: il reddito medio africano è aumentato di circa due terzi in 15 anni passando dai 1300 dollari del 1998 ai 2200 attuali. La previsione dei Gates è che di questo passo entro il 2035 non ci saranno più paesi poveri nel mondo, fatta eccezione per casi particolari come Haiti (che continuerà a pagare i danni del terremoto del 2010) o la Corea del Nord (che sconterà il suo totale isolamento politico che la rende impermeabile agli aiuti economici): più del 70 per cento dei paesi avrà un reddito medio per persona superiore a quello che la Cina ha oggi.

Secondo mito: gli aiuti internazionali sono uno spreco
Anche nel caso di questo secondo mito, sostengono i Gates, la percezione comune è molto distante dalla realtà: i sostegni internazionali, aiutando a gettare le basi per una crescita economica duratura, costituiscono un «investimento fenomenale». Tra le nazioni che nel passato hanno ricevuto aiuti internazionali ci sono, per esempio, il Brasile, il Messico, il Marocco e la Cina: tutti paesi che sono ora indipendenti dagli aiuti esteri e le cui economie sono in grande crescita.

Il problema, in questo caso, è che le persone sovrastimano enormemente le dimensioni degli aiuti umanitari. A prova di questo, nell’articolo viene citato il risultato di un sondaggio condotto negli Stati Uniti che chiedeva agli intervistati di dare una stima degli aiuti umanitari dati dal loro paese: nonostante la spesa reale in aiuti degli Stati Uniti ammonti a meno dell’uno percento della spesa pubblica totale (un terzo di quello che viene speso in sussidi all’agricoltura e un sessantesimo della spesa militare), la risposta più frequente collocava la spesa per gli aiuti economici intorno al venticinque percento della spesa totale.

C’è anche un secondo problema, collegato a questo: molte persone pensano che la maggior parte degli aiuti ai paesi poveri finisca nelle tasche di politici locali e in tangenti a funzionari vari. In primo luogo, spiegano bene i Gates nel loro articolo, il fenomeno – seppur esistente – ha proporzioni molto minori rispetto a quello che comunemente si pensa. La situazione oggi è molto diversa da quella di qualche anno fa, come durante la Guerra fredda, quando gli aiuti umanitari venivano usati per “comprare” alleanze politiche. Inoltre bisogna tener presente che un certo livello di corruzione e spreco è parte strutturale di ogni apparato amministrativo, e nemmeno i paesi ricchi ne sono immuni:

Abbiamo sentito molte persone chiedere che i programmi di aiuti vengano interrotti se anche un solo dollaro finisce in tangenti. Ma quattro dei passati sette governatori dell’Illinois sono finiti in prigione per corruzione e nessuno ha chiesto che per questo le scuole o le autostrade dello stato venissero chiuse.

Tezo mito: salvare vite ci porterà alla sovrappopolazione
Il terzo pregiudizio di cui parla l’articolo riguarda la diffusa ansia che presto il numero di persone possa raggiungere un livello tale da rendere insufficienti le provvigioni di cibo globalmente disponibili. Detta in breve: non ha senso salvare i bambini oggi se poi moriranno di fame tra qualche anno perché siamo troppi. Anche in questo caso, l’opinione comune è sbagliata: le statistiche, infatti, mostrano come i paesi con la più altra mortalità infantile sono anche quelli con la più alta crescita della popolazione. Il motivo è piuttosto semplice: quando la mortalità infantile è molto alta le donne tendono ad avere più figli, quando la mortalità infantile è bassa, invece, le famiglie diventano più piccole.

La situazione della Thailandia è emblematica: nel 1960 ogni donna aveva in media sei figli, oggi invece – come conseguenza dell’abbassamento del tasso di mortalità infantile, che ha raggiunto i livelli di quello degli Stati Uniti, e degli investimenti pubblici in piani per il controllo delle nascite – il tasso di natalità è sceso a 1,6 figli per ogni donna.

Salvare vite umane non conduce alla sovrappopolazione. È vero l’opposto. Creare società dove le persone possono godere di buona salute, di una relativamente buona prosperità economica, di uguaglianza e accesso a mezzi contraccettivi è l’unico modo per creare un mondo sostenibile.

Photo by Ramin Talaie/Getty Images

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