Cosa succede nel Monte dei Paschi

L'assemblea degli azionisti ha respinto l'aumento di capitale proposto dal presidente del CdA Alessandro Profumo, e ora il futuro della banca è piuttosto incerto

Sabato 28 dicembre l’assemblea degli azionisti della banca Monte dei Paschi di Siena ha bocciato la proposta del consiglio d’amministrazione, presieduto da Alessandro Profumo, di un aumento di capitale a gennaio. L’assemblea ha invece approvato il piano dell’azionista di maggioranza, la Fondazione MPS, con cui l’aumento di capitale è stato rimandato a giugno del 2014.

Nell’assemblea erano presenti i rappresentanti di metà circa del capitale della banca e quindi, con il suo 33 per cento, la Fondazione MPS aveva da sola la maggioranza dei voti. Profumo ha dichiarato che valuterà l’ipotesi di dimettersi nel corso del CdA in programma a gennaio. Il Monte dei Paschi ha attualmente 5 milioni di correntisti e 25 mila dipendenti.

L’aumento di capitale
L’ordine del giorno dell’assemblea di sabato era un aumento di capitale da 3 miliardi di euro. Si tratta di un’operazione fortemente voluta dall’attuale dirigenza della banca, tra cui lo stesso Profumo e l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Tramite l’aumento di capitale, la banca avrebbe collocato nuove azioni sul mercato per un valore di circa 3 miliardi. Con questo denaro avrebbe potuto stabilizzare almeno in parte la sua situazione patrimoniale e, soprattutto, restituire una parte dei Monti Bond, il prestito che la banca ha ricevuto nel 2012 dal governo Monti (che vale in tutto 4 miliardi di euro).

Senza l’aumento di capitale, il Monte dei Paschi non solo non sarà in grado di restituire i Monti Bond, ma probabilmente non riuscirà nemmeno a pagare gli interessi sul prestito: il che apre la porta a diversi scenari in cui, in tutti i casi, a tirare fuori i soldi dovrà essere lo stato.

Il meccanismo del prestito concesso nel 2012 prevede che se la banca non ha denaro per ripagare gli interessi sul prestito, allora deve pagare tramite azioni. Secondo gli ultimi documenti depositati alla CONSOB, se la banca ripagasse i Monti Bond con le azioni al valore attuale (0,17 centesimi l’una), a luglio il ministero dell’Economia diventerebbe proprietario del 16 per cento della banca. Se le azioni, come molti temono, dovessero scendere ancora, ad esempio a 0,10 centesimi, lo stato italiano diventerebbe proprietario a luglio del 28 per cento della banca (e ne diventerebbe, di fatto, il controllore).

Secondo i giornali, la Fondazione, che da settembre 2013 è presieduta da Antonella Mansi, vorrebbe ripagare i Monti Bond ottenendo dallo stato un nuovo prestito. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di usare il tempo guadagnato spostando il termine dell’aumento di capitale per trovare dei soci pubblici, come ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti, che permettano alla fondazione di evitare un vero e proprio aumento di capitale.

Il risultato di un’operazione alle attuali condizioni, infatti, sarebbe gravissimo per la Fondazione, che attualmente non dispone del denaro per partecipare all’aumento di capitale: vedrebbe infatti diluire la sua partecipazione azionaria. Perderebbe così parte del patrimonio, dei dividendi futuri e soprattutto della capacità di controllare la banca, come ha fatto sabato bloccando l’aumento per gennaio voluto dal CdA.

La posizione di Profumo
La decisione dell’assemblea non è arrivata in modo inaspettato. Nei giorni scorsi, come riporta il Sole 24 Ore, lo stesso Profumo aveva scritto gli azionisti una lettera nella quale indicava i rischi che secondo lui avrebbe comportato la decisione di rimandare l’operazione. Il primo tra tutti è proprio quello di non avere i soldi per ripagare gli interessi sui Monti Bond. Inoltre, ha scritto Profumo, diverse banche europee e italiane dovranno ricapitalizzarsi l’anno prossimo e «siccome peschiamo da un pool di risorse che non è infinito, il primo che parte ha un vantaggio in termini di costi e la possibilità di realizzare l’aumento».

Un gruppo di banche interessate alla ricapitalizzazione, guidato dalla grande banca svizzera UBS, è già stato organizzato: non è affatto scontato, ha scritto Profumo, che queste banche manterranno il loro interesse fino a giugno o che a giugno sarà possibile organizzare un altro gruppo di investitori. Profumo ha concluso scrivendo: «Oggi abbiamo la certezza di fare l’aumento di capitale, mentre domani rientriamo nell’incertezza: non dico non si possa fare, ma dico che è incerto per una serie di elementi».

Breve storia di MPS
Come moltissime banche italiane, MPS è partecipata da una fondazione di origine bancaria, la Fondazione MPS. Fino al 2012 la situazione di MPS, però, era particolare. La fondazione aveva non solo una quota importante della banca, come accade in molti altri casi, ma addirittura la quota di controllo, possedendo più del 50 per cento delle azioni. A sua volta la fondazione era controllata dagli esponenti del PD toscano, che tramite le amministrazioni locali nominava la maggior parte dell’organo di direzione della fondazione.

Secondo gran parte dei commentatori economici, questo tipo di governance ha fatto compiere alla banca una serie di scelte sbagliate, o, come l’ha messa giù duramente Profumo nella sua lettera, in quegli anni «la banca ha effettuato numerose scommesse contro il mercato». Tra queste operazioni la più famosa fu l’acquisizione di Banca Antonveneta, nel 2008. La banca venne acquistata dal Banco Santander per un totale di 10 miliardi di euro, pochi mesi dopo che lo stesso Banco l’aveva acquistata per 6,6 miliardi.

Questa e altre operazioni spericolate hanno portato la banca quasi al fallimento nel corso del 2009. Soltanto l’intervento dello stato, prima con un prestito denominato “Tremonti Bond” (nel 2009), sotto il governo Berlusconi, e poi con un nuovo prestito, i “Monti Bond” (nel 2012), ha permesso all’istituto di sopravvivere.

In seguito a questa grave crisi, la dirigenza venne completamente rinnovata e nel 2012 alla guida della banca vennero chiamati proprio Profumo e Viola. Per salvare la banca, la fondazione venne persuasa a cedere una parte del suo pacchetto di controllo, scendendo al 33 per cento del capitale. Nella sua lettera Profumo ha fatto proprio un riferimento a quel passaggio, scrivendo che l’attuale momento rischia di essere «come la difesa del 51% della banca che abbiamo visto che disastri ha comportato».

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