Che cosa sono gli “affitti d’oro”

Si parla molto dei costi per gli uffici dei deputati, problema che dovrebbe essere risolto una volta per tutte dal nuovo decreto "Milleproroghe"

Negli ultimi giorni si è parlato della questione dei cosiddetti “affitti d’oro”: il Movimento 5 Stelle la considera uno degli esempi più evidenti degli sprechi dello Stato e recentemente anche Matteo Renzi, ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, ha detto di essere d’accordo con questa posizione del M5S.

Gli “affitti d’oro” sono i contratti di locazione stipulati alla fine degli anni Novanta dalla Camera per gli edifici che ospitano gli uffici dei deputati. I palazzi in questione sono tre, chiamati “palazzi Marini”, nel centro di Roma. In origine la Camera ne affittava anche un quarto, che però lasciò nel 2011. La Camera affitta i tre edifici dalla “Milano 90 srl”, una società immobiliare gestita dall’imprenditore Sergio Scarpellini, con un contratto che prevede che sia la società locataria a fornire tutti i servizi (manutenzione, personale, mensa, pulizie). Il contratto ha la durata di 9 anni, rinnovabile ad altri 9, senza possibilità di recesso, per una spesa complessiva per i tre palazzi di oltre 20 milioni di euro l’anno. Secondo Sergio Rizzo, giornalista del Corriere della Sera, la Camera avrebbe speso quindi 444 milioni in 18 anni. A fronte di questa cifra, secondo molti sarebbe stato più conveniente acquistare degli immobili o almeno firmare il contratto dopo aver indetto una gara pubblica, cosa che non avvenne nel 1997. In passato già i Radicali avevano criticato le caratteristiche del contratto di affitto dei palazzi Marini.

Anche la Regione Lazio aveva degli uffici in edifici affittati da Scarpellini, e anche in questo caso ci furono dei problemi al momento di recedere dal contratto. Dopo 9 anni di affitto a 320 mila euro l’anno, l’amministrazione regionale decise nel 2011 di lasciare l’edificio. Ma la “Milano 90 srl” contestò la decisione della Regione, sostenendo che essa fosse venuta meno ai termini del contratto. Il processo ha visto la Regione Lazio condannata in primo grado a pagare a Scarpellini un risarcimento di 2 milioni e 880 mila euro, pari all’affitto degli ulteriori nove anni previsti dal contratto.

Per risolvere la questione dei recessi anticipati ai contratti di affitto, il 13 dicembre 2013 il Senato ha approvato un emendamento del M5S alla cosiddetta “manovrina”, il decreto legge sul riequilibrio della finanza pubblica. L’emendamento consentiva alle pubbliche amministrazioni di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di affitto di immobili, anche nel caso in cui il contratto non lo prevedesse, dando così alla Camera la possibilità di disimpegnarsi. Meno di una settimana dopo, però, un altro emendamento al decreto legge “salva Roma”, voluto dal PD, annullava l’emendamento del M5S, di fatto impedendo nuovamente la rescissione dei contratti. Il decreto legge “salva Roma” è stato poi ritirato ma i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno scoperto un altro emendamento, questa volta alla legge di stabilità approvata il 23 dicembre, che annulla l’effetto del loro emendamento.

C’è anche chi sostiene, però, che il caso degli “affitti d’oro” non sia un caso: o meglio, che la Camera possa recedere dal contratto d’affitto a prescindere da quanto dica la legge di stabilità. Andrea Mazziotti, responsabile giustizia di Scelta Civica, ha definito tutta la questione “una totale bufala” e ha spiegato che il contestato comma della legge di stabilità “esenta dal recesso solo gli immobili di proprietà dei fondi comuni di investimento, mentre Scarpellini possiede Palazzo Marini tramite la Milano 90 S.r.l., una normalissima srl che fa capo a lui personalmente. Quindi il diritto di recesso gli si applica comunque. Sarebbe bastata una ricerca su internet di pochi minuti per evitare di perdere una giornata di lavoro della Camera e risparmiare fiumi di inchiostro e di parole inutili”.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha detto il 27 dicembre che la questione degli “affitti d’oro” è stata risolta con il decreto legge cosiddetto “Milleproroghe”. Il presidente del Consiglio ha spiegato: “Abbiamo individuato le norme la cui non approvazione avrebbe comportato danni ai bilanci: le due più note sono quelle in materia fiscale sul bilancio del Comune di Roma e quella sui cosiddetti affitti d’oro.”

Foto: i ministri Dario Franceschini e Angelino Alfano
con il premier Enrico Letta (Mauro Scrobogna /LaPresse)

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