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  • Sabato 7 settembre 2013

L’amore graffia il mondo

Le prime pagine del libro il cui autore Ugo Riccarelli è morto il 21 luglio scorso e che sabato ha vinto il premio Campiello

Il premio letterario Campiello è stato assegnato sabato sera a Venezia al libro L’amore graffia il mondo, scritto da Ugo Riccarelli e pubblicato da Mondadori. Riccarelli era morto lo scorso 21 luglio e nelle settimane successive gli organizzatori del premio avevano discusso se mantenere o no il suo libro tra i candidati. Queste sono le prime pagine del libro di Riccarelli.

La casa dei ferrovieri se ne stava piantata in mezzo a un fascio di binari, neanche fosse un capostazione. Aveva un unico grande portone e una sfilata di finestre bianche che a Delmo ricordavano una dentiera. L’ultima a destra era della sua camera da letto e quella mattina era l’unica spalancata, un buco nero che la faceva sembrare un dente mancante, o una carie appena visibile per lo spessore di una nebbia infame, densa come l’orzata che adesso inondava tutta la stazione impedendo quasi di vedere la torcia del Passi mentre segnalava lo scambio.
Delmo estrasse dal taschino l’orologio per controllare la puntualità del diretto che di lì a un minuto sarebbe dovuto sbucare dalla curva oltre la roggia, rompendo con il suo sferragliare l’incanto del galleggiare nella dolcezza di quella bevanda opaca.
Fu proprio mentre iniziò a sentire il rumore del treno che dalla carie sulla casa si affacciò sua sorella Anita ad annunciare la nascita con un bercio da mercato, e lui all’improvviso dimenticò i treni e la dolcezza dell’orzata e si ricordò della moglie che un paio di ore prima aveva rotto le acque.
«È nata» ripeteva la donna alla finestra, come se fosse accaduto un evento eccezionale e non fosse invece la terza volta che la Maria metteva al mondo un figliolo.
Dalla coltre di nebbia si cominciava a intuire lo scuro della macchina a vapore.
«La Maria vuol sapere come la chiami, questa» gli urlò intanto l’Anita con quella voce da prefica.
Delmo ristette, incerto. Francamente aveva pensato a un maschio, un altro figlio maschio a cui imporre un bel nome forte e contadino come aveva fatto per Severo e Olmo. E invece adesso si ritrovava con una femmina in mezzo ai piedi e un nome da scegliere proprio mentre il diretto stava arrivando in stazione.
Alzò lo sguardo verso l’Anita che lo incalzava.
«Allora Delmo, come la chiami questa?»
Lui alzò la mano come faceva per fermare i treni affinché quella voce pungente si chetasse e gli lasciasse il tempo di pensare, ma già la motrice si era immessa nello scambio che il Passi aveva azionato e si annunciava con un fischio d’animale. Allora si voltò verso la banchina e la vide, vide il muso della locomotiva bucare il bianco e spargere intorno a sé scintille e sbuffi di vapore, proprio mentre una lama di sole faceva brillare il 640 scritto in acciaio, a indicare il modello di quel portento.
A Delmo sembrò una scena da sogno, una specie di dea che sbucasse dalle nubi dell’Olimpo, o una Venere dal mare, che a dispetto di quel numero così burocratico nascondeva la bellezza di una linea unica, un’eleganza e un portamento che le avevano fatto dare dai ferrovieri il soprannome di Signorina. La vide arrivare in quel modo e capì di esserne innamorato, e il fastidio per la nascita di un impiastro di femmina fu un poco mitigato dalla bellezza che anche un ammasso d’acciaio riusciva a esprimere in quel procedere maestoso.
Allora si voltò verso l’Anita che aspettava una risposta:
«Signorina» le disse, «la chiameremo Signorina.»
Quindi si mosse verso la banchina e alzò la paletta da capostazione per arrestare la bellezza davanti ai suoi piedi.

Signorina non amava i treni, anche se loro la cullarono per anni passando e ripassando sotto la casa dei ferrovieri, regalandole ogni volta un tremolio che risparmiò alla Maria la fatica di ninnare quella figlioletta riccia.
Nonostante il loro corteggiamento tenace, continuò ad avere in uggia lo sferragliare invadente dei convogli, lo stridere dell’acciaio, i colpi dei vagoni sui respingenti e il fischio dei locomotori che in fondo fu la prima cosa che lei aveva sentito quando era venuta al mondo.
La Maria l’aveva appena spinta fuori da sé, quando la 640 che avrebbe stregato suo padre fece l’annuncio del suo arrivo con un sibilo acuto. Signorina lo sentì entrare dentro il suo piccolo corpo come una coltellata, un fastidio che si aggiungeva al bruciore dell’aria nei polmoni, alla luce che le feriva gli occhi e all’odore di mele che stagnava nella camera. E il suo primo strillo, dunque, non fu, come ebbero a credere i presenti, il grido rituale di un essere offeso dall’obbligo di nascere, ma l’espressione di disappunto per l’urlo della locomotiva, che da quel momento l’avrebbe inquietata per tutta la vita. Abitava in mezzo ai binari, guardava il transito dei convogli dal terrazzino della cucina, camminava a malapena e già saltava sulle traversine giocando a campana, ma il fischio della locomotiva continuava a procurarle un fastidio sottile, che tentava di mitigare stringendo a sé la bambola di pezza che, prima di lei, aveva fatto compagnia all’Ada e alle figlie dell’Anita.
Il fischio la inquietava, ma l’andare e venire delle persone che transitavano dalla stazione l’attraeva, anche perché il movimento della gente sulle banchine apparteneva a un mondo che le era stato proibito di esplorare dalle raccomandazioni piene di ansia della Maria, dallo sguardo severo di Delmo e dalla voce acuta dell’Anita. E come spesso succede, dunque, il territorio vietato finì per attirare sempre più la sua curiosità bambina, finché un giorno, sentendo l’urlo del locomotore che si annunciava in arrivo, Signorina fece un lungo respiro, si strinse al petto la sua bambola per darsi coraggio e si avviò verso la banchina.
Era alta poco più di un cespuglio e con fatica si arrampicò sul sedile di marmo dietro alla colonna della pensilina, cercando di nascondersi il più possibile alla vista di Delmo fermo al binario, la paletta alzata ad arrestare il convoglio. Il locomotore dette ancora un paio di fischiate e lei si coprì con le mani le orecchie, mentre spalancava ancora di più gli occhi per ammirare il portento che sbuffando vapore e fumo si arrestava a pochi passi dai suoi piedi.
Il treno si fermò e per un breve istante tutto sembrò ghiacciato, sospeso, finché Delmo abbassò il braccio e come in una danza il mondo si mise in moto: si spalancarono le porte dei vagoni e i passeggeri iniziarono a scendere sulla banchina mentre quelli che attendevano di salire si accalcavano alle porte. Signorina rimase a guardare a bocca aperta quello spettacolo di confusione, la varietà dei vestiti, i colori, i tipi di bagagli. L’universo intero le parve concentrato lì, chiuso tra le diverse fogge dei cappelli degli uomini e delle gonne delle donne, i grandi bauli di pelle lucida e le valigie strette, di legno e cartone; e poi i fagotti e i pacchi, i cartocci e le borse dalle quali, a volte, spuntavano le teste di un paio di galline o di un gatto spaventato. E dalla scarsa altezza della sua visuale mirò le scarpe, l’enorme popolazione di calzature che a due a due si muovevano attorno ai vagoni, di ogni tinta e modello, consumate, nuove, coi tacchi alti o piatte come ciabatte. Signorina se ne stette a guardare quel teatro fino a che scorse suo padre rialzare il braccio come un dio imperioso, agitare un paio di volte la paletta ed emettere un fischio lungo e lacerante al quale la locomotiva rispose col suo verso, pochi istanti prima di sbuffare nuvole di vapore e muoversi verso il viadotto.
Signorina rimase ancora un po’ seduta sul marmo, l’occhio sempre attento alla posizione di Delmo che, per fortuna, se ne stava tornando verso la biglietteria voltandole le spalle. Rimase in quel modo, a digerire quella scorpacciata di immagini che l’avevano frastornata come lo spettacolo di un circo, così si accorse solo all’ultimo momento del signore che la stava guardando. Era un omino secco, vestito con una livrea elegante, con tanto di piccolo cilindro e una valigetta nera. Aveva dei baffetti appena accennati e due occhi stretti a mandorla, che luccicavano dietro un paio di occhialini tondi. Lui la fissò, le allargò un sorriso gentile, si piegò in un inchino e lei sentì l’aria riempirsi di un dolce profumo di legno. Le disse qualcosa, gorgogliando parole che lei non capì. L’uomo finì di emettere i suoi suoni strani e si produsse in un altro inchino, poi, sempre sorridendo, si fermò a fissarla. La sorpresa di Signorina, intanto, si stava trasformando in imbarazzo per il silenzio che si era stabilito tra loro. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, ma in quel momento l’unico gesto che si sentì di fare fu di allungare il braccio e offrire allo sconosciuto la bambola di pezza con cui condividere la possibilità di un’amicizia. Una cortesia.
Lui allargò di più il suo sorriso ed emise una specie di esclamazione strozzata, un rumore di gola.
Poi, dopo un nuovo inchino, si avvicinò alla panchina e vi appoggiò la valigetta, la aprì e dall’interno estrasse un foglio di carta colorata, lo stese sul piano di marmo e cominciò a piegarlo con gesti eleganti e rapidi, mentre accompagnava i movimenti con la sua parlata misteriosa, fatta di suoni incomprensibili.
Non durò più di un paio di minuti il suo armeggiare, e alla fine di quella che a Signorina parve una magia, l’omino prese dalla sue mani la bambola e pose attorno al giocattolo di pezza il foglio di carta che adesso era diventato, in tutto e per tutto, un piccolo vestito colorato, delicato e perfetto, con un paio di spalline e una taschina sul davanti.
L’omino chiuse la valigia, si piegò per l’ultima volta in un inchino e poi si allontanò verso la curva della roggia.
Signorina rimase da sola, a contemplare la sua bambola risplendere di una nuova grazia e di eleganza, con quel fragile vestito di carta colorata che le toglieva gli anni di consunzione e lo sporco, le ditate dell’affetto e dei giochi, fasciandola con la bellezza che hanno le cose semplici, leggere.