• giovedì 6 Giugno 2013

Le colpe dei padri

Il primo capitolo del romanzo di Alessandro Perissinotto, che racconta la storia di un ingegnere di successo di Torino che un giorno viene scambiato per qualcun altro

di Alessandro Sabbatini - Caffeina

Tutto nella vita del quarantaseienne torinese Guido Marchisio sembra procedere per il meglio. È un cinico ingegnere che ha fatto carriera, vive in una casa prestigiosa in piazza Castello, a Torino, con una compagna bellissima e molto più giovane di lui. È il classico uomo arrivato, con la strada davanti tutta in discesa. Poi si sa come è la vita. Talvolta dietro l’angolo l’ombra di un dubbio crea una frattura incolmabile tra prima e dopo, togliendo prepotentemente alla vita ogni certezza. Così accade all’ingegnere Guido, che è travolto dall’ossessione di un suo doppio. Cade nello smarrimento e sembra andare inesorabile alla deriva, assieme alla sua industria. Tra risvolti privati ed eventi pubblici, la sua vicenda si snoda verso un finale a sorpresa.

Le colpe dei padri è il nuovo romanzo di Alessandro Perissinotto, pubblicato ad aprile dalla casa editrice Piemme. La storia che racconta è un riflesso storico-sociale di un contesto di crisi e del senso di perdita e spaesamento, e fa riflettere su ciò che siamo e non siamo, e su ciò che avremmo potuto essere. Il libro è tra i dodici finalisti del Premio Strega e, in occasione della rinnovata collaborazione tra il Premio e il Festival Caffeina Cultura, ne pubblichiamo il primo capitolo.

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Ci vorrebbero le Brigate Rosse

Questa storia inizia con un pugno in faccia e finisce con un colpo di pistola, o viceversa, a seconda dell’ordine che vogliamo dare alle cose, perché l’ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite. In ogni caso c’è un pugno, ben assestato, ma alla persona sbagliata. E c’è un colpo di pistola, sparato verso la persona giusta, ammesso che esista qualcuno che davvero si merita un proiettile.
Siamo seduti in un bar, Franco e io. È un bar alla moda, di quelli che non ci piacciono. Però è comodo incontrarsi in piazza Vittorio e lì i caffè sono tutti alla moda. Per fortuna non è ora di aperitivi e di fighetti: i clienti sono eccezioni. Una coppia di amanti clandestini si è chiusa in una bolla in fondo alla sala e, al banco, un uomo, di cui vedo solo la schiena, di tanto in tanto porge in avanti il bicchiere per farselo riempire di vino bianco.
Ogni volta, io e Franco ci diciamo che dovremmo capire se la vecchia “Fogna” esiste ancora, ma poi non lo facciamo, per pigrizia o per malafede. La “Fogna” è la bettola dove ci trovavamo da ragazzi, il sabato sera; un locale lungo e stretto che, oltre il bancone, ospitava tre tavolini, rotondi, pubblicitari: Caffè Paulista. Niente birra alla spina, solo bottiglie grandi di Peroni. Uno dei tre tavolini era il nostro, mio, di Franco e di Roberto. Uno era riservato ai calabresi, quattro vecchi di quarantacinque anni, in servizio permanente continuo nel bar: carte, sigarette e frequenti raffiche di Dio fa’, la bestemmia che gli immigrati dal sud imparavano a infilare ogni quattro parole per mostrare ai torinesi la loro ferma intenzione di integrarsi. Dio fa’, variante troncata di Dio fauss, dio falso e bugiardo. Bestemmia da officina, da pezzo che cade dal tornio, bestemmia che marca l’arrivo dell’addetto ai “tempi e metodi”, col suo cronometro. Bestemmia da fonderia, da colata di ghisa che acceca all’improvviso; bestemmia da lavoro, abusivamente esportata al bar, per accompagnare una primiera mancata o un rigore negato alla giuventus.
Il terzo tavolo era vuoto, sempre.
Ogni volta diciamo che torniamo là, dove si erano consumate le nostre utopie adolescenti, sotto lo sguardo dei calabresi. Ma poi, ogni volta, preferiamo piazza Vittorio e il decoro spudoratamente vintage della Drogheria. Ogni volta significa poi una volta l’anno: è quella la frequenza con cui io e Franco ci vediamo. E la sera, rientrando a casa, diciamo alle nostre mogli che l’incontro è stato bellissimo, che abbiamo ripreso il discorso da dove l’avevamo lasciato l’anno prima, come se i trecentosessantacinque giorni in mezzo fossero stati congelati in una breve parentesi; ma non è vero, semplicemente ci piace crederlo. Roberto invece è desaparecido; ultimo domicilio conosciuto: Bonn. Persino Facebook si sottrae al compito di ritrovarlo. E poco ci importa.
Siamo seduti al bar dunque, io e Franco. E parliamo, e davvero lo facciamo come se il tempo non fosse passato, come se credessimo ancora nella parola che cambia il mondo.
«La gente è esasperata: prima o poi qualcuno riprende a sparare.»
«Non credo,» faccio io «la lezione degli anni ’70 l’abbiamo imparata.»
Lui insiste.
«Io sento dire da tutte le parti: “Ci vorrebbero le Brigate Rosse”.»
Il barista ci guarda, con l’aria di chi non ama che si facciano certi discorsi. L’uomo al banco ne approfitta per afferrare la bottiglia di prosecco e servirsi da solo.
«Non ho nessuna nostalgia per quel periodo.»
«Non ti piacerebbe che qualcuno infilasse una pallottola in mezzo agli occhi a qualche ministro? O magari a qualche giornalista, a quelli più spudorati, a quelli più venduti, quelli che hanno abbastanza faccia da culo per dire che è la sinistra che controlla i mezzi di informazione.»
Prima di rispondere mi prendo un attimo per pensare a tutte le volte che, di fronte alla televisione, mi è venuto il voltastomaco. Un attimo, per pensare alla sofferenza vera che abbiamo sentito tutti noi, schiavi ma non servi. E in quell’attimo mi rendo conto di aver provato il desiderio di ucciderli, loro e i potenti a cui baciano la mano. Ma non riesco a dirlo. Non ho il coraggio per ammettere di aver contemplato l’omicidio politico come igiene del nostro paese. Quindi mi rifugio nella banalità assoluta: «La violenza non è mai una soluzione».

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