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  • giovedì 9 Maggio 2013

«Non c’è più acqua, che fate?»

Le storie dietro il disastro al porto di Genova, raccontate da Marco Imarisio e Jenner Meletti

Al porto di Genova nei pressi del molo Giano sono ancora in corso le operazioni di ricerca delle ultime due persone disperse in seguito al crollo della torre piloti, dovuto all’impatto di una nave mercantile martedì notte contro la palazzina che ha causato la morte di sette persone e il ferimento di quattro. La procura di Genova e un gruppo di tecnici del ministero dei Trasporti stanno indagando sulle cause dell’incidente e per capire se la portacontainer Jolly Nero fosse ingovernabile a causa di un guasto.

Oggi su Repubblica, Jenner Meletti racconta come sono andate le cose nella notte tra martedì e mercoledì, raccogliendo le testimonianze di chi si trovava nei pressi della torre piloti e di chi ci lavorava. Spiega anche che la presenza di grandi navi mercantili in manovra a poche decine di metri dalla torre era diventata quasi un’abitudine per i piloti.

La grande nave passa a poche decine di metri dal molo Giano. Ecco, adesso si potrebbe fare una foto uguale a quella che Daniele Fratantonio mise su Facebook il 22 luglio 2012. Anche allora era un’immensa Msc, solo con un nome diverso: Splendida. Daniele Fratantonio era sulla torre, ha puntato la nave dalla sua finestra a 50 metri di altezza e a commento dell’immagine ha scritto: «Se anche tu vedi passare una nave a questa distanza… cosa diresti?». Daniele Fratantonio, militare della Guardia Costiera, è morto martedì alle 23,30 perché un’altra nave, la portacontainer Jolly Nero, ha fatto la stessa manovra fotografata a luglio. È arrivata di poppa, in retromarcia, per fare manovra come un’auto in parcheggio. Ma quando ha «messo la prima», un motore non si è acceso e la grande nave con la forza di inerzia delle sue 40.500 tonnellate è andata a picchiare contro la banchina e la torre. È venuto giù tutto in un attimo, come se fosse una costruzione di Lego.

Adesso c’è il cielo vuoto, là dove c’era la torre di cemento e acciaio, con la centrale operativa della Guardia Costiera e la sala radio dei piloti del porto. Controllava il traffico di tutto l’alto Tirreno. Aveva seguito la Concordia, nella tragica notte del Giglio. In briciole anche la palazzina di tre piani, bianca e grigia, dove c’erano gli alloggi e i servizi per chi lavorava lassù in alto. La portacontainer che non è riuscita a fermarsi ha ucciso sette persone e ne ha ferite quattro. In mare, forse dentro all’ascensore che è dentro alla torre caduta, ci sono ancora due dispersi. «Lavoreremo tutta notte — dice Luca Cari dei Vigili del fuoco — per cercare le ultime vittime. Ma in mare, con il groviglio di cavi e macerie cadute in acqua, la visibilità non supera i dieci centimetri».

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Sul Corriere della Sera, Marco Imarisio si occupa della storia di Antonio Anfossi, il pilota che si trovava sulla plancia della nave che durante la manovra ha distrutto la torre piloti al molo Giano.

Nello spiraglio dalla porta socchiusa c’è un uomo in vestaglia che si torce le mani chino sul tavolo di formica. Il capitano pilota Antonio Anfossi fissa i visitatori con occhi vuoti. «La nave non rispondeva». Lo ripete due volte, e sembra parlare a se stesso. «Erano miei amici». Poi volge lo sguardo fisso alla parete bianca che ha di fronte.
Anche il pianerottolo al settimo piano di un palazzone popolare nel quartiere di Sampierdarena può essere l’ultima fermata di questa giornata dolorosa, senza speranza, cominciata davanti alle macerie della Torre di controllo, il simbolo moderno del porto di Genova contrapposto all’anima antica della lanterna. Adesso è solo nove metri di ferro accartocciato e pannelli di cemento armato piegati su sé stessi come fossero fazzoletti.

Non c’è molto da raccontare di un’attesa vana, di ambulanze e soccorsi pronti per una chiamata che non sarebbe arrivata. Lontano dal mare, dall’altra parte della città, la misura di questa tragedia si legge anche sulla figura rassegnata e inerte di quest’uomo, che viveva e lavorava in quella Torre, assieme agli altri, che due sere fa era andato a cena con Michele Robazza, collega, amico, e adesso non c’è più, travolto e gettato in mare dalla nave sulla quale lui era salito da non più di mezz’ora. Facevano entrambi lo stesso mestiere, piloti in plancia di imbarcazioni non loro, ad affiancare il comandante nell’uscita dalla rada. «Li ha visti morire, e non ha potuto farci niente», dice sua moglie, capelli biondi appiccicati alle guance dalle lacrime versate, espressione esausta.

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