• Italia
  • martedì 7 Maggio 2013

Il processo per l’agguato a Musy

Marco Imarisio racconta i dubbi sulle prove contro l'"impresentabile" Francesco Furchì, accusato di aver sparato contro il consigliere comunale torinese

Mercoledì 8 maggio si terrà a Torino la prima udienza per l’agguato al consigliere comunale dell’UdC Alberto Musy, avvenuto in centro città a fine marzo del 2012. Da allora Musy è in coma e l’uomo sospettato di avergli sparato nel cortile di casa, Francesco Furchì, è stato identificato solamente a inizio anno dopo una lunga serie di complicate indagini. Sul Corriere della Sera, Marco Imarisio spiega che le accuse nei confronti di Furchì sono basate su tante piccole prove, non molto solide.

Nessuno piange per lui. Accanto al suo nome appare sempre l’etichetta di faccendiere. È un assiduo frequentatore del sottobosco politico torinese. Ha creato un’associazione culturale farlocca anche nella ragione sociale. Un millantatore, così lo definisce il giudice. Ha un pessimo carattere, con tendenza agli scatti d’ira. La moglie lo accusa di picchiare la figlia e di «totale irresponsabilità» verso la famiglia. Provava molto rancore nei confronti di un consigliere comunale, avvocato e docente universitario, soprattutto padre di quattro bambine.

Francesco Furchì è un impresentabile. Poco altro da aggiungere. È accusato di aver sparato «per motivi abbietti» ad Alberto Musy, che da allora è in coma. Il processo che lo vede unico imputato comincia domani. Quella mattina del 21 marzo 2012 sembrava il ritorno a un orrendo passato. Le indagini sull’attentato, che aveva modalità da Brigate rosse, vennero affidate anche alla Digos. Poi arrivò il video, un uomo coperto da un casco integrale e da un impermeabile. Una figura inquietante, sembrava un guerriero medioevale. Apparve chiaro che il terrorismo non c’entrava nulla. Quella fu l’unica certezza, per mesi.

Furchì venne arrestato il 30 gennaio 2013. Quel giorno, l’ultimo da questore di Aldo Faraoni, morto la scorsa settimana dopo una lunga malattia, sembrò tutto chiaro. C’era un movente plausibile per uno degli episodi più inquietanti degli ultimi anni, il risentimento di un escluso dalla buona società torinese nei confronti di un suo esponente, «colpevole» di non aver avallato le sue richieste di raccomandazione. E tanto bastava.

continua a leggere sul sito del Corriere della Sera