Tony Blair e la sinistra

Consigli ai progressisti dall'ex primo ministro britannico: non giocare sul sicuro, non limitarsi a fare i depositari della rabbia, cercare risposte

Sul sito del New Statesman, illustre rivista britannica, si può leggere un articolo che Tony Blair, primo ministro britannico laburista dal 1997 al 2007, ha scritto per il numero speciale che uscirà in occasione del centenario del giornale. L’articolo – oggi tradotto e pubblicato da Repubblica – parla dell’attuale situazione nel Regno Unito e invita il partito laburista a smettere di “giocare sul sicuro”, ma contiene molte riflessioni di valore generale. La sua tesi centrale è questa:

Il principio guida per i progressisti, nel Regno Unito e in tutta Europa, dovrebbe essere questo: noi siamo quelli che cercano e forniscono risposte, non i depositari della rabbia delle persone. Nel primo caso, dobbiamo essere obiettivi e spassionati anche quando parliamo di temi che suscitano grande passione. Nel secondo caso, ci riduciamo a essere compagni di viaggio delle persone, non leader. E di questi tempi, su tutto, le persone cercano leadership.

Blair scrive che il paradosso della crisi finanziaria è che per quanto sia opinione comune che sia stata provocata dalla scarsa regolazione dei mercati, non ha comportato in questi anni una decisiva svolta politica a sinistra. E questo perché si è tornati a uno schema di confronto politico tradizionale, nel quale – almeno nel Regno Unito – i conservatori fanno quelli preoccupati dalla “responsabilità”, dal rigore e dalla stabilità dei bilanci, mentre i laburisti fanno semplicemente quelli “contro i tagli”. Questo scenario è minaccioso soprattutto per il Labour, scrive Blair:

La facilità con cui il Labour può essere riportato dentro un vecchio recinto di difesa dello status quo, di alleanza, anzi, persino di ancoraggio, con chi con passione e spesso giustamente si oppone alle politiche del governo, è così apparentemente gratificante da nascondere che il mestiere della politica non sta banalmente lì ma forse, anzi, nel resistere alla tentazione di limitarsi a questo.

Secondo Blair i progressisti dovrebbero cercare e trovare risposte concrete a domande altrettanto concrete: come possiamo aiutare i disoccupati ad acquisire conoscenze e competenze, visto che la mancanza di competenze adeguate è il più grande ostacolo al trovare lavoro? Come usare la tecnologia per tagliare i costi e migliorare l’istruzione, la sanità, l’immigrazione, la lotta alla criminalità? Come facciamo a concentrarci sulle situazioni di vera emergenza sociale, e intervenire distinguendole da quelle di difficoltà più leggera e passeggera? Come possiamo usare i nuovi sviluppi delle ricerche sul DNA per combattere i reati? Si potrebbero fare decine di domande come queste, dice Blair. L’approccio è: indaghiamo a fondo sui nostri principi, su come vogliamo spendere i soldi e perché.

Non serve fornire mille dettagli per ogni risposta, alle persone non interessano: ma vogliono sapere come la pensiamo, da dove veniamo, per sapere dove andremo se saremo eletti. […] Rispondiamo a queste domande e avremo la nostra visione per il futuro. Per i progressisti, questo è essenziale. Il punto non è, e non lo è ormai da cinquant’anni, se crediamo o no nella giustizia sociale. Il punto è come le nostre politiche ci aiutano a compiere quella missione, mentre le condizioni e la realtà cambiano attorno a noi. Avere una visione moderna alza il livello del dibattito. Aiuta a evitare il pericolo che vittorie conquistate con la tattica portino a sconfitte strategiche. Significa, per esempio, che noi progressisti decidiamo di contrastare la destra non tanto sull’immigrazione o sull’Europa, ma sulle tasse e sulla spesa. Ci tiene fuori dalla nostra “comfort zone”, ci impedisce di giocare sul sicuro, e in fin dei conti risulta più produttivo e soddisfacente sia per il partito che per il paese.

foto: Sang Tan – WPA Pool/Getty Images

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