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Cosa non è la satira

Non è mai "chiaramente satira", spiega il blogger americano Aaron Bady riflettendo su un tweet offensivo che ha imposto delle scuse

di Aaron Bady

E insomma, che cos’è la satira? Quando successe tutta la storia della figuraccia di The Onion durante la cerimonia degli Oscar [il sito satirico aveva scritto un tweet offensivo nei confronti dell’attrice di nove anni Quvenzhané Wallis, ndr] il mio amico Jonathan sfogò con me la sua frustrazione nei confronti del termine e dei suoi abusi; lui stesso fa il comico dilettante ed era arrivato alla conclusione che “la satira” non è una cosa, e che quando la gente usa una qualsiasi variante della frase «Beh, è chiaramente satira» sta dicendo una cosa senza senso.

Non c’è niente di chiaro sulla satira, mi annunciò – con lungo e convincente approfondimento – e questo dato è centrale per capire che cosa sia (o piuttosto che cosa non sia). Perché quello che la satira non è, è: un genere. Romanzi, tragedie, sonetti, film horror, musical e così via sono tutti generi che si possono identificare come tali facendo attenzione a una serie piuttosto limitata di aspetti formali che li identificano, cose che possono essere più o meno considerate oggettive (un romanzo è lungo, frutto della fantasia, scritto in prosa narrativa e così via). Ma come regola di base, se sembra anche solo un po’ un sonetto, allora è un sonetto. Se sembra una tragedia, è una tragedia. Eccetera.

Con questi generi, il bicchiere è sempre mezzo pieno e noi arrotondiamo sempre: un bicchiere mezzo pieno di acqua è un bicchier d’acqua. Prendiamo il romanzo: “romanzesco” basta. I romanzi più interessanti sono spesso quelli che riposano nella valle misteriosa che sta tra sembrare un romanzo e non essere esattamente un romanzo. Questo non li rende non-romanzi, al contrario: li rende più interessanti. Golden Gate di Vikram Seth e Fuoco pallido di Vladimir Nabokov, ad esempio, sono scritti in versi, ma questo è precisamente quello che li rende evoluzioni o variazioni interessanti della forma romanzo. Il fatto che siano anche poesia non li rende meno romanzeschi.

La “satira” è una cosa completamente diversa. Se qualcosa non viene inteso come satira, ha fallito come satira. Se il bicchiere è mezzo vuoto, è un bicchiere vuoto: la satira è una bomba che o esplode oppure no. In questo senso è un effetto, e tutto dipende da come la battuta viene percepita, da cosa intendeva l’autore, dalle circostanze in cui è stata fatta e così via.

Tutto questo per dire che, se qualcuno mi dice che Fuoco pallido non è un romanzo (e anche se lo avesse negato lo stesso Nabokov) scuoterò la testa e poi continuerò a pensare lo sia. Nessuno mi potrà convincere che non lo è; il totale dei romanzi dell’universo include qualsiasi cosa che è romanzesco anche per il tratto più sottile, perché essere una cosa (romanzo) non esclude che sia anche un’altra (poesia). Può essere entrambe e mi spingerà anche a dire che tutte le opere interessanti sono più di una cosa sola. Quella molteplicità è il modo in cui i generi crescono e cambiano; la “poesia”, oggi, include molte più cose di quelle che sarebbero andate sotto quel nome cento anni fa, esattamente come “romanzo” include molte forme che originariamente non rientravano nel termine. Non solo non facciamo la guardia a quei confini, ma farlo sarebbe anche senza senso. Fuoco pallido può essere una poesia e un romanzo e vederlo come entrambi arricchisce i due generi.

La questione è completamente differente se parliamo della satira, ai confini della quale facciamo la guardia e per buone ragioni. La prima è che la scelta è importante: mettere Fuoco pallido nello scaffale della poesia o in quello dei romanzi è più o meno l’intera dimensione del dilemma, ma se una dichiarazione è riconosciuta come satira viene trattata in modo diverso rispetto a quando si decide che non lo è. Quando un politico dei tea party dice qualcosa di “folle”, ci arrabbiamo: quando Stephen Colbert dice la stessa identica cosa, ridiamo. Nel primo caso siamo davanti a qualcosa di mostruoso, nel secondo è satira. Quando leggiamo un titolo reale e pensiamo che provenga da The Onion – o quando un articolo del Daily Currant [un blog satirico americano basato su storie inventate] è preso sul serio, il che sembra succedere continuamente – reagiamo in modo diverso rispetto a come avremmo fatto se l’avessimo preso sul serio. E quando lo scopriamo adattiamo in modo appropriato le nostre reazioni. Provate a far caso alla differenza tra Sarah Palin e Tina Fey che dicono quasi le stesse parole: quando le dice Tina Fey fa ridere.

Se aveste pensato che Tina Fey fosse davvero Sarah Palin, però, non vi sareste messi a ridere. Le cose che fanno la differenza sono la persona che dice quelle parole e il contesto in cui vengono dette.

 

Questo diventa molto più importante nel caso in cui non sappiamo chi è che parla o perché sta dicendo quello che sta dicendo. Quando sulla vostra timeline compare un link o qualcosa viene condiviso su Facebook, dovete credere nella sua autenticità sulla fiducia e lo fate. Questo rende più facile farsi trarre in inganno dalla satira (o prendere per satira qualcosa che invece è reale). In sostanza, siamo notevolmente scarsi nel distinguere la differenza: se cercate su Twitter The Daily Currant, ad esempio, parecchi tweet sono chiarimenti sul fatto che si tratta di satira oppure persone che prendono un articolo di TDC per una “vera” notizia. Persino un blogger del Washington Post ha fatto l’errore, ma succede continuamente anche su Facebook (è successo anche a me l’altro giorno, in effetti). L’esistenza del sito theon1on è una buona dimostrazione del problema che crea l’incapacità di distinguere tra satira e realtà. E anche A Modest Proposal di Jonathan Swift, l’esempio di satira più classico a cui si può pensare – mi dice di nuovo il mio amico Jonathan Shelley — non è stato per nulla compreso da tutti come satira, al suo tempo. Non si può mai esserne sicuri, semplicemente.

Tutto questo significa, quindi, che la frase “è chiaramente satira” non è mai vera e non può mai esserlo. Se la satira dipende dal contesto, dal pubblico, dall’intenzione e da come è accolta – e vi dico che è così – allora è impossibile dire, di un tweet come quello famigerato di The Onion, che è “chiaramente satira”. Se qualcuno non la prende per satira, allora non lo è. La satira è come sparare a una mela in testa a qualcuno: se ci riesci è davvero bello e nessuno si fa male; se invece non ci riesci, spiegare alla gente che cosa intendevi fare è fuori luogo e non interessa a nessuno. Funziona oppure no. Se fai del male a qualcuno mentre lo fai, dire che in realtà si trattava di satira è solo un modo elaborato di dichiararsi colpevole, attraverso la richiesta che quello che hai detto non sia considerato secondo le regole normali.

Il paragone tra i romanzi e i tweet di The Onion può sembrare azzardato, ma me ne servo perché aiuta a chiarire il principio che è in gioco nel determinare come interpretiamo le parole, i testi e l’intera gamma dei discorsi che vengono pronunciati: la distinzione tra ciò che c’è “chiaramente” – le parole stesse – e il contesto intorno a loro. Quando leggiamo un romanzo o una poesia consideriamo spesso il contesto (o lo possiamo introdurre per il beneficio di tutti, come in “Sapevate che Herman Melville era davvero un baleniere?Storia vera!”) ma non è richiesto. Non può esserlo. Il libro deve stare sulle sue gambe da solo, e lo deve fare, oppure non è davvero un granché. Questo è stato un principio base della critica letteraria a partire dal “New Criticism” degli anni Quaranta: ogni lettura dei testi letterari deve essere basata su quello che è realmente contenuto nel testo stesso; se trovassimo una pagina del diario di Herman Melville in cui si dice che la balena simboleggia il suo tenace odio per l’ananas, cercheremmo nel libro le prove che questa lettura è sostenibile e coerente. Altrimenti, lo ignoreremmo senz’altro come un’interpretazione sbagliata e ridicola. Neghiamo così all’Autore il potere di definire il significato del suo stesso romanzo. Facciamo lo stesso quando un lettore conclude che questa e quest’altra cosa in un romanzo significa qualcosa ma non lo può provare.

È vero che la questione può essere più complicata. Parlando di critica letteraria, la teoria post-strutturalista ha totalmente sostituito i new critics a un certo punto degli anni Settanta e Ottanta, e l’idea che ci sia qualcosa “all’interno” del testo stesso diventa molto meno sostenibile quando si pensa a quanto sono indispensabili il punto di vista, il contesto e l’interpretazione nella formazione del significato. I testi non hanno un significato oggettivo: tutto il loro significato è soggettivo.

Ma lasciamo questo concetto da parte, non solo perché in concreto la maggior parte dei lettori lascia da parte le teorie, ma soprattutto perché finisce per confermare il punto che mi interessa: e cioè che gli appelli a ciò che un discorso “chiaramente è” non solo si basano su qualche standard per giudicare empiricamente che cosa c’è o non c’è in quel discorso, ma è anche impossibile trovare o definire quello standard al di fuori di asserzioni sempre più prepotenti che è così. Alcuni hanno sostenuto che lo stupido tweet di The Onion era chiaramente satira, ma non ci possono essere prove per dimostrarlo; e alla fine, ci si basa su asserzioni perentorie: chi ha fatto la battuta può sostenere che fosse satira o un lettore può provare a spiegare che era ovviamente satira. Ma quello che questo significa è semplicemente che era satira per loro e che, per questa ragione, lo dovrebbe essere anche per te.

Aaron Bady, che studia letteratura africana all’Università della California, ha scritto questo post sul suo blog su The New Inquiry.