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  • lunedì 8 Aprile 2013

La caduta di Margaret Thatcher

Fu su una scalinata di Pechino, nel 1982, e Michele Dalai la raccontò nel suo libro di "cadute strepitose"

di Michele Dalai

Le più strepitose cadute della mia vita è un romanzo del 2012 di Michele Dalai, pubblicato da Mondadori. La storia del goffo protagonista è raccontata insieme a quelle di alcune storiche cadute davvero accadute (Gerald Ford, papa Wojtyla e il pugile Michael Spinks, tra gli altri) tra le quali quella di Margaret Thatcher a Pechino nel 1982.

Pechino, settembre 1982
«Sua eccellenza premier Zhao, vostre eccellenze, ambasciatori, signore e signori, buonasera. Signor premier, la ringrazio delle parole cortesi. Non solo questa è la seconda volta in cinque anni che visito la Cina e godo della vostra calda e generosa ospitalità, ma mi meraviglio ancora e sempre più di essere l’unico primo ministro inglese ad averlo fatto. Ciò non significa che siamo stati negligenti nei confronti della Cina. Il flusso di visitatori altamente qualificati in entrambe le direzioni testimonia il nostro interesse reciproco, ma nonostante la quantità dei contatti e la loro assiduità, sono onorata di poter correggere una cattiva consuetudine e spero che la mia presenza qui, stasera, sia una prova ulteriore dell’importanza che noi inglesi attribuiamo alle relazioni con il vostro grande Paese.»

La Signora sa come tenere alta la soglia dell’attenzione. Consapevole della lentezza e dei tentennamenti della traduttrice ufficiale, che ha voluto conoscere poco prima di salire sul palco, si concede una pausa e attende che un sorriso di circostanza si disegni sui tremila volti dei delegati cinesi e su quello del premier Zhao. Il secondo viaggio in Cina dall’inizio del mandato è parte di una missione diplomatica in Asia che comprende anche la tappa giapponese, durante la quale le toccherà stringere ancora mani di uomini più bassi di lei, uomini improbabilmente simili e quindi quasi irriconoscibili, uomini come sempre pronti a sottovalutarla e a osservarla con la curiosità che si dedica agli animali in cattività. Una donna conservatrice primo ministro dell’Impero, una scelta frutto di chissà quale capriccio, secondo loro. Quando Margaret si abbandona alle poche banalità da ora del tè, confessa alle amiche che gli uomini sono prevedibili e deboli, rispondono quasi tutti nello stesso modo alle stesse sollecitazioni. In genere, pochi secondi dopo la fine dei suoi discorsi, l’approccio degli uomini a Margaret Thatcher cambia radicalmente, i modi si fanno più deferenti e i gesti misurati. I russi la chiamano Lady di Ferro da quando la Signora si è occupata di loro in un discorso dalla durezza unica; gli irlandesi hanno sperimentato la disumanità della donna di Stato che ha lasciato morire di fame dieci prigionieri dell’IrA; gli argentini sono stati rispediti in mare a calci nel culo, loro e i loro stracci di riconquistatori delle Malvinas. Ora ci sono questi tremila delegati, le loro facce scolpite nella pietra e il sorriso furbo del loro leader, che si avvita e si nasconde sulla questione di Hong Kong: vuole metterla alla prova. Un cenno del capo in risposta al sorriso soddisfatto della platea che ha appena ricevuto le carezzevoli scuse per la negligenza inglese, e la Signora di viola vestita riprende.

«La strada da Pechino a Londra è lunga. La distanza è spesso aumentata anche a causa delle differenze storiche, politiche e filosofiche dei nostri comportamenti, delle nostre abitudini. Ma ci conosciamo da sempre, sono passati moltissimi anni da quando i nostri due mondi si sono toccati per la prima volta. Nel 1596 la regina Elisabetta I scrisse all’Imperatore Ming Wanli e gli espresse la speranza che il commercio tra l’Inghilterra e la Cina si potesse sviluppare al massimo» dice, ispirata e felice di poter scandire con l’energia e l’orgoglio dovuto il nome della regina. Il resto del discorso è la solita altalena di concessioni al ruolo di grande potenza e interlocutore privilegiato che l’Inghilterra riconosce alla Cina e minacce – più formali che non concrete – sulla questione di Hong Kong e sulla legittimità delle pretese dei cinesi. Avere un ex impero coloniale è una disdicevole rottura di scatole, talvolta il primo ministro vorrebbe concentrarsi sui problemi della sua Isola e non curarsi delle impronte indelebili lasciate qua e là per il mondo. Vorrebbe potersi occupare delle periferie piene di immigrati, degli imprenditori cacasotto che rallentano la ripresa, dello strapotere dei sindacati, di fare ordine in casa e mettere a tacere l’insopportabile dissenso che cresce proporzionalmente agli sforzi. Ma il ruolo prevede anche e soprattutto queste peregrinazioni lontano da Downing Street, questi discorsi fatti di cose abbastanza banali raccontate a uomini abbastanza disinteressati che solo qualche ispirato politologo trasformerà in svolte epocali – in fondo l’unico lusso che si concede il primo ministro è quello di essere sempre interpretato meglio di come avrebbe voluto esprimersi. Mentre gira le poche pagine sul leggio e si avvicina al termine della sua nenia per insonni di cui tutti attendono la fine, la signora Margaret Thatcher di viola vestita riesce a osservare meglio la sala, sfruttando le pause e gli sporadici applausi. Non ci sono donne, non una. Se lo aspettava, ma il colpo d’occhio è sempre parecchio diverso dall’immagine che uno si crea prima che la canzone sia cantata. Di fronte a lei ci sono uomini in divisa verde, uomini in divisa marrone, uomini in divisa grigia e uomini in completi scuri acrilici e disgraziatissimi, ma nella Grande Sala del Popolo non ci sono donne oltre a lei e alla traduttrice. Se ne potrebbe ricavare qualche teoria sociologica, ma quello che disturba oltremodo Margaret è l’odore, perché la grande verità che la seconda donna d’Inghilterra ha scoperto nei tanti anni di politica passati in enormi ambienti chiusi è che gli uomini tendono irrimediabilmente a puzzare. La prima ragione per istituire delle quote rosa sarebbe proprio quella di un diverso e migliore equilibrio olfattivo, soprattutto quando si è costretti a viaggi esotici in paesi esotici con cibi esotici e sudori esotici. Margaret sa che non può condividere questi pensieri con altri che non siano Denis, il suo Denis. Lui è l’unico a capirla e a proteggerne la fragilità, gli altri in quell’idea vedrebbero senza dubbio del razzismo. Tutti si aspettano da lei brillanti intuizioni sull’equilibrio del pianeta, previsioni sulla fine della Guerra Fredda, tutti vogliono qualcosa dalla donna-uomo, e la donna-uomo vorrebbe solo del deodorante per ambienti o qualche signora in più in platea.

Quando arriva in fondo al discorso, il primo ministro inglese è compresso tra due sensazioni differenti e ugualmente intense. Il sollievo e la stanchezza, una fatica terribile che comprende, tra le cause, il jet lag, l’età della Signora che si avvicina ai sessanta e quella strana mancanza d’aria che pure una sala enorme dovrebbe scongiurare.
China il capo in segno di ringraziamento e accoglie gli applausi convinti con un sorriso, fiaccata da un improvviso giramento di testa riesce comunque a notare la disciplina con cui quegli uomini tutti uguali battono le mani, quasi a tempo, un ritmo marziale che la accompagna giù dai pochi scalini della sua postazione e che dura finché il premier Zhao non prende la parola per il commiato.

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