• martedì 26 Marzo 2013

Crescere con un’educazione siberiana

Quattro chiacchiere con Nicolai Lilin, dopo l'uscita del film di Salvatores tratto dal suo libro

di Matteo Maio - Caffeina

Uscito nel 2009 e tradotto in oltre 20 lingue, il romanzo di Nicolai Lilin Educazione Siberiana è diventato anche un film, nei cinema dal 28 febbraio, diretto da Gabriele Salvatores e interpretato tra gli altri da John Malkovich; e, fino al 21 marzo la sua messa in scena è al Teatro Cavallerizza Maneggio di Torino. Una trasposizione che, come non sempre accade, ha soddisfatto l’autore del libro.

Educazione Siberiana, è un “romanzo di formazione” racconta di cosa significhi far parte degli Urka siberiani, ultimi discendenti di una stirpe guerriera, “criminali onesti”, uomini capaci di brutalità sconvolgenti nel nome di un’etica superiore, a volte sacra, che anima le loro scelte. Un’etica in cui valori come lealtà, amicizia, onore, condivisione dei beni, sono narrati nel loro apparente contrasto con la comunità criminale che li rappresenta.

Come hai vissuto il passaggio dalla carta al grande schermo e al palcoscenico?
È stato un lavoro molto duro. Sono stato molto presente sia durante le riprese del film che durante la preparazione dello spettacolo teatrale. Un momento molto importante per me,  per la mia carriera e per la mia vita. E sono molto contento di come stanno andando le cose.

I “criminali onesti” esistono solo in Siberia?
No, ce ne sono ovunque. Io ho un amico nelle forze dell’ordine qui in Italia che definisco così, perché si batte contro ogni forma di potere e di sfruttamento e non accetta le malversazioni dai prepotenti nascosti sotto le vesti legalitarie dello Stato o con la maschera dei politici corrotti.

La violenza è molto presente sia nel libro che nel film. Lei come la definisce?
Il film non è molto violento, Gabriele (Salvatores) si è impegnato molto nel curare questo aspetto. La violenza nella mia giovinezza era meno negata di oggi, era legata all’educazione. La violenza dei nostri giorni mi fa molto più paura perché ha una componente divertente. Bambini di otto anni davanti al computer sterminano persone e uccidono mostri. Non meravigliamoci poi se quei bambini crescendo compiono stragi o vanno in guerra e uccidono senza pietà. Li abbiamo cresciuti noi in quel modo.

Oltre che molto tatuato è anche un tatuatore. Qual è il significato che lei attribuisce ai tatuaggi?
Attenzione. Io non sono un tatuatore, loro hanno uno studio e lo fanno per lavoro. Io uso i tatuaggi per comunicare. Sono come parole per me, storie da raccontare attraverso la pelle.

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)