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  • sabato 16 Febbraio 2013

L’omicidio di Jeff Hall, neonazista

La drammatica storia dell'uomo ucciso due anni fa dal figlio di 10 anni, che è stato riconosciuto colpevole da un tribunale della California

Ieri un giudice della California ha rinviato al primo marzo la decisione finale sulla pena per Joseph Hall, riconosciuto colpevole a gennaio per l’omicidio di suo padre, Jeff Hall, avvenuto il primo maggio 2011 a Riverside, circa 100 chilometri a est di Los Angeles. Tra due settimane il giudice deciderà se Joseph, che oggi ha dodici anni, rimarrà fino a 23 anni in un carcere minorile o in una struttura psichiatrica.

A maggio del 2011, l’omicidio di Jeff Hall diventò un caso nazionale, sia per la giovanissima età di chi lo aveva commesso che per l’ambiente in cui era avvenuto: Joseph Hall aveva dieci anni al momento dell’omicidio e suo padre era un membro di rilievo del National Socialist Movement (NSM), un’organizzazione neonazista americana.

La condanna di Joseph Hall
Il 14 gennaio scorso, Joseph Hall è stato riconosciuto responsabile di omicidio “di secondo grado” (second-degree murder nel linguaggio giuridico statunitense: ovvero omicidio senza l’aggravante della premeditazione). Al centro del processo, durato diversi mesi, c’era la questione se il bambino fosse in grado di valutare che l’azione di uccidere il proprio padre era sbagliata. Il giudice dette ragione all’accusa e decise di sì. Secondo le leggi della California, un minorenne colpevole di un reato più essere condannato a restare “sotto la custodia dello Stato”, in un carcere minorile o in un’istituzione psichiatrica, fino al limite massimo di 23 anni d’età.

Il giudice ha emesso il verdetto di colpevolezza al termine del processo iniziato lo scorso ottobre. Durante le udienze, l’accusa ha sottolineato che il bambino aveva nascosto la pistola con cui aveva appena sparato al padre sotto il letto e non aveva pianto all’arrivo della polizia, anche se gli altri membri della sua famiglia stavano singhiozzando. Secondo una testimonianza, il bambino aveva anche parlato alla propria sorella dei suoi piani di uccidere il padre.

Secondo la difesa, invece, l’ambiente in cui era cresciuto il bambino lo aveva reso incapace di distinguere il giusto dallo sbagliato e lo aveva anche abituato alla violenza, sia verbale che fisica. E in effetti, la storia di Joseph, raccontata con ricchezza di particolari in un lungo articolo di Natasha Vargas-Cooper pubblicato pochi giorni fa su BuzzFeed, è senza dubbio una storia estrema di abbandono e incuria, che pone diverse domande anche sull’efficienza dei servizi sociali e di assistenza che hanno avuto a che fare con il bambino.

L’omicidio di Jeff Hall
Intorno alle quattro del mattino del primo maggio 2011, il 32enne Jeffrey Hall dormiva su un divano nel salotto della sua abitazione a Riverside, in California. Hall era un omone: un idraulico impiegato in lavori saltuari, alto più di un metro e novanta e con un teschio e una croce tatuati sopra la nuca, sul cranio rasato. Nella stanza, sopra il divano, erano appese con i chiodi due bandiere: una dello Stato della California – con un orso bruno su sfondo bianco, una stella rossa e la scritta “California Republic” – e una del National Socialist Movement, l’organizzazione neonazista a cui aveva aderito poco più di due anni prima e di cui aveva la carica di “Direttore Regionale per gli Stati Sudoccidentali”.

Il giorno precedente, nel salotto di casa sua si era tenuto, come al solito, un incontro degli aderenti locali dell’organizzazione, che in tutti gli Stati Uniti conta tra i 400 e i 500 membri. I membri del NSM indossavano spesso uniformi naziste della Seconda Guerra Mondiale, in particolare le camicie brune delle SS, e Hall, uno dei leader più attivi del movimento, aveva letto brani del Mein Kampf di Adolf Hitler dalle scale che portavano al piano di sopra.

I suoi cinque figli giravano qua e là per il salotto, evitando le bottiglie di birra vuote e gli scarponi militari che facevano parte dell’abbigliamento standard dei militanti. Quel giorno ne erano presenti una trentina. Nel corso del pomeriggio il figlio maggiore di Jeff, Joseph, di dieci anni, aveva ricevuto dalle mani del padre una cintura di cuoio con una fibbia d’argento su cui figurava l’insegna delle SS naziste.

Quella notte, poche ore dopo la riunione, Joseph si svegliò al piano di sopra – dove dormivano la seconda moglie di Jeff, Krista McCary di 26 anni, e gli altri suoi fratelli – poi prese una pistola a tamburo carica dall’ultimo cassetto del comodino, nella camera da letto dove dormiva Krista, scese a piedi scalzi le scale che portavano al piano di sotto tenendo l’arma tra le mani (una Rossi .357 Magnum di fabbricazione brasiliana) e si fermò a circa mezzo metro da suo padre addormentato. Poi tirò indietro il cane della pistola e sparò un unico colpo mirando leggermente sotto l’orecchio di suo padre.

Quello che viene dopo
Dopo aver sparato – uno sparo assordante, che svegliò McCary e i fratelli – Joseph tornò nella sua camera da letto e nascose il revolver sotto il letto. Poi fece per tornare di sotto, ma a metà delle scale si fermò e vide che Krista era davanti al divano. «Ho sparato a papà», disse Joseph. «Perché?», gli chiese Krista, poco prima di buttarsi sul telefono e fare una drammatica chiamata al 911, il numero di emergenza americano. Krista dovette ripetere due volte all’operatore l’età di chi aveva sparato.

Davanti a fatti molto drammatici e largamente incomprensibili, tendiamo a prendere gli sparsi elementi che riportano le cronache e a organizzarle in uno schema semplificato, per cercare di rispondere alle domande fondamentali. La realtà, molto spesso, sfugge a queste semplificazioni. Una delle cose più difficili da afferrare nel caso dell’omicidio di Jeff Hall – che da parte sua pone già molte domande complicate – è capire la reazione di Joseph alla morte del padre da lui stesso causata.

Nella stazione di polizia di Riverside, Joseph venne interrogato da un investigatore, seduto a fianco di Krista che gli stringeva la mano, con una coperta sulle gambe e un menù del fast food davanti a sé. Davanti al poliziotto disse: «Non volevo farlo», ma aggiunse che era “stanco” e che non voleva più vedere suo padre maltrattare Krista e farle del male. Joseph era spaventato dai continui litigi tra Jeff e Krista e aveva paura sia di un divorzio tra i due che della prospettiva di andare a vivere con suo padre. «Lui odia tutti, anche la mia sorellina. Quando qualcuno dice cose simili a qualcuno a cui voglio davvero bene, divento davvero matto.»

Dopo la riunione quel pomeriggio con i militanti del NSM, durante la quale c’era stato anche un barbecue nel giardino degli Hall – «Sembrava qualsiasi barbecue in qualsiasi giardino d’America», lo descrisse poi la nonna di Joseph, evidentemente poco impressionata dalle letture dal Mein Kampf – Jeff aveva cominciato a litigare con Krista. Minacciò che avrebbe spento il sistema antincendio e avrebbe dato fuoco alla casa con i bambini e lei dentro, durante la notte; poi uscì per dare un passaggio a un membro del NSM. Durante la notte, mandò a Krista tre violenti SMS in cui le diceva che la stava lasciando, che doveva lasciare casa sua prima che lui tornasse e che si trovasse un altro posto dove stare. Poi stette in giro a bere e tornò a casa molto tardi, ubriaco, addormentandosi sul divano.

Quella notte, disse Joseph durante l’interrogatorio, si svegliò nella sua stanza con un sacco di pensieri in testa. «Pensavo che se gli sparavo forse non sarebbe stato capace di farci del male… Pensai che dovevo finire questa cosa tra padre e figlio.»

Sull’auto della polizia che lo stava portando via da casa, Joseph non stava zitto un attimo e appariva estremamente agitato. Chiese più volte se suo padre era morto e se c’era qualche speranza che sopravvivesse. Alcune ore dopo, disse che non pensava che avrebbe passato dei guai: aveva visto una vicenda simile in una puntata del telefilm Criminal Minds. «Un cattivo padre faceva delle cose ai suoi figli e il bambino ha fatto esattamente quello che ho fatto io, gli ha sparato. Ha detto la verità e non è stato arrestato e i poliziotti gli hanno creduto. Non ha avuto problemi o cose così. Ho pensato che forse la stessa identica cosa sarebbe successa a me».

Quello che viene prima
Quando i poliziotti arrivarono a casa Hall, dopo la chiamata di Krista al 911, descrissero la casa come “lurida e non igienica per i quattro bambini e il neonato che ci vivevano dentro”, con “vestiti sporchi da tutte le parti”, “le camere da letto che puzzavano di orina” e i letti di tutte le camere in condizioni disastrose. Un agente, Robert Monreal, sentì la sorella minore di Joseph chiedere al bambino perché non aveva sparato al padre nella pancia, come aveva in programma di fare. Sotto il letto di Joseph trovarono la pistola, così come la sua custodia vuota nel cassetto del comodino nella camera da letto dei genitori.

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