La conferenza per “non cambiare Internet”

Si è conclusa ieri a Dubai una riunione internazionale voluta dall'ONU, su cui c'erano molte aspettative: ma non è stato raggiunto praticamente nessun accordo

Ieri si è conclusa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la 2012 World Conference on International Telecommunications (WCIT), un’importante conferenza voluta dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU) delle Nazioni Unite che secondo le premesse e alcuni osservatori avrebbe potuto cambiare il modo in cui è organizzata e gestita Internet: in particolare, come riorganizzare il controllo da parte dei governi mondiali sulla Rete.

Il documento
Il documento che stabilisce come le reti dovrebbero funzionare a livello nazionale e internazionale, cioè le Regole internazionali per le telecomunicazioni (ITRs) dell’ITU, risale al 1988: in base al regolamento, l’introduzione di nuove regole, necessarie per i cambiamenti che ci sono stati in tutti questi anni, diventano effettive solo se sono recepite dai singoli ordinamenti nazionali. Uno dei problemi della riunione è stata la contrapposizione tra due blocchi di paesi: da una parte Russia, Iran e Cina, dall’altra parte Stati Uniti, Regno Unito e Canada.

Le proposte
Un punto delicato ha riguardato la regolamentazione dei diritti sulla gestione di Internet sulla numerazione, la denominazione e le risorse di identificazione: la Russia, la Cina, l’Algeria e altri paesi africani hanno contestato la gestione esclusiva degli Stati Uniti di queste voci e chiesto che venga nominato un nuovo organo che regoli il sistema degli indirizzi di Internet. Inoltre, un gruppo di paesi africani ha chiesto di inserire, nella premessa del trattato, una sorta di paragrafo che aggiungesse un riferimento esplicito al rapporto tra la Rete e i diritti umani, per quanto riguarda l’accesso degli Stati membri dell’organizzazione ai servizi internazionali di telecomunicazioni. I paesi occidentali però si sono opposti, sostenendo che questa proposta non era rivolta a tutelare i diritti dei cittadini, ma quelli dei loro governi, con lo scopo di regolamentare l’utilizzo e l’accesso a Internet.

Le posizioni
La pratica dell’ITU, per risolvere controversie come questa, è quella di prendere decisioni attraverso il consenso generale, piuttosto che con un voto a maggioranza. Invece, è stato deciso di mettere ai voti la proposta per verificare le posizioni e la proposta dei paesi africani è stata votata a favore da 77 paesi e contro da 33 (i paesi che compongono l’ITU sono 193). Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia e altri paesi europei hanno votato contro e deciso di non ratificare il trattato. Come accade nelle altre agenzie delle Nazioni Unite, anche il potere decisionale dell’ITU deriva dal consenso. Senza quello, soprattutto quando sono i paesi più potenti a opporsi, è difficile che un trattato venga ratificato e applicato: le nuove regole, per entrare in vigore, devono essere recepite da tutti i governi che fanno parte dell’ITU.

La censura
La principale preoccupazione degli osservatori dei paesi occidentali è stata in parte giustificata: gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, hanno proposto di inserire alcune regole che diano agli stati più poteri per filtrare le cose che circolano online, senza grandi giustificazioni, contro la tutela di alcuni diritti fondamentali. La Russia ha proposto di adottare nuovi sistemi per limitare l’accesso ad alcuni contenuti, anche se va ricordato che a oggi gli stati possono già, in concreto, limitare l’accesso a Internet su base nazionale: avviene in Cina e di recente è successo in Siria. Se queste proposte fossero state formalizzate nelle nuove regole dell’ITU, molti altri paesi potrebbero sentirsi legittimati a filtrare la circolazione dei contenuti.

Google
Anche Google si è opposto alle proposte discusse a Dubai, come aveva già sostenuto in una petizione realizzata tramite un sito e con lo slogan “Una Rete libera e aperta per un mondo libero e aperto”. Come società, Google è interessata alla libera circolazione delle informazioni online, non solo per il bene dell’umanità e per la tutela dei diritti umani, ma anche per un proprio tornaconto: i suoi affari si basano quasi del tutto sulla possibilità di poter trovare e accedere a qualsiasi contenuto pubblicato online nel mondo, attraverso il suo motore di ricerca: limiti e confini virtuali potrebbero quindi ridurre l’efficacia dei suoi sistemi e ridurre i suoi guadagni pubblicitari. In generale, le grandi società non vogliono che questo tipo di temi siano gestiti esclusivamente dai governi mondiali, senza che i loro rappresentanti possano far sentire le loro ragioni.

I risultati
Alcuni passi avanti sono comunque stati fatti, secondo Hamadoun Toure, il segretario generale dell’ITU, soprattutto per quanto riguarda la maggior trasparenza introdotta nelle tariffe internazionali di roaming, cioè sulle reti utilizzate dagli utenti per collegarsi tra loro quando non si è collegati con il proprio operatore, pagando una quota aggiuntiva al nuovo operatore a cui si è momentaneamente collegati.

Ma a parte questo aspetto, ci sono state soprattutto critiche per i fallimenti della conferenza, che ha dimostrato che organizzazioni come l’ITU non riescono a stare al passo con lo sviluppo dei settori tecnologici più avanzati. Inoltre, resta il tema della mancata trasparenza, dato che la maggior parte delle discussioni si svolgono senza la possibilità, da parte dell’opinione pubblica, di seguirle direttamente, in evidente contrasto con l’ideale a cui ci si appella quando si vuole difendere la Rete in quanto libera e aperta.

Foto: AP Photo/Kamran Jebreili, File

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