Qual è il problema con i tagli ai costi della politica?

È una vicenda più complicata (e meno grave) di come la mettono oggi i titoli dei giornali

Ieri diverse commissioni della Camera hanno presentato una serie di emendamenti alla cosiddetta “legge di stabilità“, approvata in ottobre dal Consiglio dei ministri, che contiene le regole per il bilancio annuale e pluriennale dello stato. Gli emendamenti saranno votati a partire dal primo novembre.

Le commissioni hanno anche dato pareri contrari su molti punti del documento e uno di questi è su tutte le prime pagine di oggi: la commissione bicamerale per gli Affari Regionali avrebbe “bocciato” il decreto contenente il taglio dei costi della politica di regioni ed enti locali. Usiamo il condizionale perché, per quanto così dicano oggi i principali titoli dei quotidiani – “Costi della politica: arriva lo stop dei partiti al decreto” (La Stampa), “Costi della politica: no dei deputati” (Corriere della Sera) – la questione è più articolata di così.

Il decreto sui tagli ai costi della politica era stato stato approvato in Consiglio dei ministri dopo gli scandali in Lazio e in Lombardia (e non solo). Prevedeva, tra l’altro, una riduzione dei compensi dei consiglieri e degli assessori, compreso il numero dei posti loro riservati; l’abolizione dei finanziamenti ai gruppi composti da un solo consigliere; la riduzione del 50 per cento ai finanziamenti a favore dei gruppi consiliari e dei partiti con allineamento al livello della regione più virtuosa; l’eliminazione dei vitalizi e l’applicazione del metodo contributivo per il calcolo della pensione.

Il decreto imponeva inoltre il pareggio di bilancio e il rafforzamento della “capacità di controllo […] sugli atti delle Regioni, dei gruppi consiliari e delle assemblee regionali e di enti locali” da parte della Corte dei conti, grazie anche all’aiuto della Guardia di Finanza, che “esegue le verifiche e gli accertamenti richiesti […] agendo con i poteri di indagine ad essa attribuiti”. Nella proposta completa si prevedeva anche che la Corte dei Conti intervenisse con “un controllo preventivo di legittimità” sugli atti normativi e di programma di Regioni (tra cui la spesa sanitaria) e di Enti locali.

Sono sottoposti al controllo preventivo di legittimità delle sezioni regionali di controllo della Corte dei conti secondo le procedure previste per il controllo preventivo sugli atti dello Stato di cui all’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, con riduzione alla metà dei termini, gli atti normativi a rilevanza esterna, aventi riflessi finanziari, emanati dal governo regionale, gli atti amministrativi, a carattere generale e particolare, adottati dal governo regionale e dall’amministrazione regionale, in adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, nonché gli atti di programmazione e pianificazione regionali, ivi compreso il piano di riparto delle risorse destinate al finanziamento del Servizio sanitario regionale.

Il parere negativo della commissione fa riferimento proprio a questo specifico punto e non in generale al decreto sui tagli dei costi: le norme sui nuovi controlli della Corte dei Conti rischiano infatti di non essere compatibili con l’autonomia prevista dal Titolo V della Costituzione e intaccano “la sfera di competenza propria delle autonomie regionali”. In particolare, i membri della commissione hanno parlato di:

“carenza di incisive modalità di interazione e interlocuzione con le autonomie territoriali in relazione all’esigenza di una graduale modulazione degli interventi in materia di rafforzamento della partecipazione della Corte dei conti al controllo sulla gestione finanziaria degli enti territoriali, di tipologia dei controlli interni agli enti locali, di procedure di riequilibrio finanziario e di sviluppo degli strumenti di controllo della gestione finalizzati all’applicazione della revisione della spesa presso gli enti locali”

Questa mattina il sindaco di Torino Piero Fassino, ospite della trasmissione Omnibus su La7, ha spiegato di non essere d’accordo sul fatto del “commissariamento” da parte «di persone che non hanno mai governato una città, che non hanno nessuna competenza in materia amministrativa e che non rispondono neanche agli elettori», e ha anche chiarito che il parere negativo della commissione bicamerale «non ha riguardato il taglio ai costi della politica, ma l’ipotesi di un controllo preventivo della Corte dei Conti sulle scelte che fanno le amministrazioni pubbliche».