Laura Puppato, terza candidata PD alle primarie

Chi è la consigliera regionale veneta del PD che si è fatta avanti stamattina e per ora è l'unica donna in ballo

di Ivan Scalfarotto

Laura Puppato, consigliere regionale in Veneto per il Partito Democratico, ha annunciato oggi in un’intervista su Repubblica che intende presentarsi alle primarie del centrosinistra per il candidato premier: primarie non ancora ufficializzate, e di cui non c’è una data, ma in cui sono implicite le candidature PD di Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, finora (e annunciate quelle dei due assessori milanesi, Boeri ancora del PD e Tabacci).
Puppato è raccontata e intervistata in un capitolo del libro di Ivan Scalfarotto appena pubblicato da Mondadori, “Ma questa è la mia gente.

Ho conosciuto Laura Puppato durante i lavori della commissione Statuto, il gruppo dei fondatori del Pd incaricati di scrivere la Magna charta del partito sotto la guida di Salvatore Vassallo, il costituzionalista che il segretario Walter Veltroni aveva scelto per questo delicatissimo incarico. Non ho idea di come io sia finito in quel gruppo, ma ricordo distintamente la sorpresa quando sentii pronunciare il mio nome nella lista di quei cento, alla fine della prima riunione dell’Assemblea costituente che si tenne alla fiera di Milano il 27 ottobre 2007. All’epoca vivevo peraltro a Mosca, e la partecipazione alle riunioni non era propriamente agevole. Tuttavia concordammo che i lavori si sarebbero tenuti di sabato, e così riuscii a essere presente a praticamente tutte le sedute della commissione.

Veltroni aveva inaugurato la riunione dei tremila e passa delegati – una cosa da far impallidire l’Assemblea del Popolo a Pechino, composta di «sole» 2979 persone a rappresentare più di un miliardo di cinesi – scandendo alcune parole che non dimenticherò mai: il Partito democratico è «il partito che nasce intorno alla figura del cittadino elettore». In realtà, che le cose non sarebbero state così semplici lo si capì abbastanza presto, proprio dalle prime riunioni della commissione Statuto. Veltroni era stato eletto da una maggioranza plebiscitaria, ma con la solita tecnica – che è la ragione per cui aborro l’unanimismo cui si tende culturalmente nel partito – per cui tutti appoggiano subito il vincitore annunciato, salvo poi spiegargli che i voti che lo hanno eletto non sono i suoi ma di qualcun altro. Di fatto, nel blocco che aveva eletto Veltroni non c’era evidentemente accordo sulla forma che il partito avrebbe dovuto prendere.

Così, già dalle prime sedute della commissione capimmo che il cittadino elettore, che doveva essere il nuovo protagonista della scena politica italiana, sarebbe andato incontro a tempi molto complicati. Si comprese subito, per esempio, che l’espressione «partito liquido» andava pronunciata con una lieve increspatura delle labbra, a significare un misto di improbabilità e di disgusto. La cosa funzionò talmente bene che anche i veltroniani più osservanti compresero che l’espressione andava subito cancellata dal vocabolario, e di «partito liquido» non si parlò più. Ci si cominciò a chiedere per quale motivo il segretario del nostro partito dovesse essere eletto dai cittadini e non dagli iscritti. Il refrain era: «come succede dappertutto, dalla bocciofila al circolo degli scacchi». Tutto questo senza che nessuno provasse a valutare l’obiezione che non c’è presidente di bocciofila nel globo che intenda, in quanto tale, mettersi poi al governo del proprio paese e prendere decisioni che andranno a incidere sulla vita di coloro che iscritti alla bocciofila non sono.

Nella commissione c’era proprio un blocco di difesa organizzata della forma partito tradizionale, di cui facevano parte personalità provenienti tanto dalla cultura ex comunista quanto da quella democristiana. Capii da lì che la vita di Veltroni alla segreteria non sarebbe stata facile, e anche che la strategia varata in commissione Statuto, quella poi resa celebre da Maurizio Crozza, del «ma anche» non ci avrebbe portati lontano. A ogni bivio, la commissione rifiutava di scegliere. L’esempio più eclatante? Facciamo le primarie «ma anche» il congresso vecchio stampo, così oggi per eleggere il segretario del partito dobbiamo prima consultare gli iscritti e poi gli elettori. Un procedimento lunghissimo e defatigante, che richiede sia la consultazione di tutti i circoli sia la chiamata alle urne degli elettori. Immaginate il disastro il giorno in cui gli iscritti sceglieranno qualcuno e gli elettori qualcun altro. Tutta una serie di altre norme non furono introdotte nello Statuto nello stesso spirito, tra cui proprio quella che obbligava ogni candidato alla segreteria nazionale ad avere una – e una soltanto – lista di appoggio, che avrebbe contribuito a evitare in futuro il ricatto dei «grandi elettori» al segretario eletto.

Il risultato è stato che la prima cosa che Bersani ha deciso, una volta ottenuta la maggioranza dei voti degli iscritti e prima ancora di aver vinto le primarie del 2009, è stata la creazione di una nuova commissione Statuto, che ora ha l’incarico, dopo così poco tempo, di modificare la carta fondamentale del partito. Un messaggio di instabilità secondo me ancor più grave di quello di aver avuto tre segretari in cinque anni.

Del lavoro in commissione ricordo con piacere di essere riuscito a fare approvare una clausola antidiscriminatoria che contiene due parole che fatichiamo a pronunciare. Quelli oltre la quarantina ricorderanno di sicuro l’afasia che colpiva Fonzie, il celebre personaggio di Happy Days interpretato da Henry Winkler, quando doveva pronunciare le parole «ho sbagliato». Ecco, a noi succede la stessa cosa con l’espressione «orientamento sessuale». Parole che, con un certo orgoglio, e a seguito di una battaglia campale, riuscii a far inserire nell’articolo 1, al comma 6: «il Partito democratico riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica, e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica».

Ho scritto poi di mio pugno un’altra norma dello Statuto di cui sono molto fiero. È la norma «antiperpetui», che sta al primo comma dell’articolo 30: «il Partito democratico riconosce l’importanza, la ricchezza e l’originalità del contributo dei giovani alla vita del partito, promuove attivamente la formazione politica delle nuove generazioni e favorisce la partecipazione giovanile e una rappresentanza equilibrata di tutte le generazioni nella vita istituzionale del paese».

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