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  • giovedì 2 Agosto 2012

“Non siamo giapponesi”

Nel suo nuovo ebook Leonardo Tondelli parla del terremoto in Emilia e invita a mettere da parte "la statuetta dell’emiliano autonomo e fiero"

Il 26 luglio è uscito per la casa editrice Chiarelettere l’ebook La scossa, in cui Leonardo Tondelli – insegnante e, tra le altre cose, blogger del Post – racconta il terremoto che ha colpito l’Emilia lo scorso maggio. Tondelli è nato e vive in provincia di Modena e insegna italiano, storia e geografia in una scuola media di Carpi. Il libro è disponibile in formato digitale al costo di 2,99 euro. Il ricavato delle vendite verrà devoluto alla ricostruzione del comune di Cavezzo. Di seguito pubblichiamo il capitolo “Non siamo giapponesi”, in cui si parla di capannoni, Parmigiano, Frecce tricolori e camorra.

Non siamo giapponesi

Io credo che il rumore della scossa del 29 non me lo scorderò più. Però è anche vero che assomiglia ad altri rumori, che da quel giorno in poi mi fanno un po’ male al cuore. I tuoni, per esempio, e questo mi ha fatto odiare gli acquazzoni estivi. Anche gli aeroplani certe volte mi spaventano. Lo sciame sismico è snervante: puoi mantenere i nervi saldi durante una scossa di magnitudo 5.9 per poi impazzire perché hai sentito un tuono. E ogni tanto le sirene alla finestra ti dicono che qualcun altro ha il cuore più debole del tuo.

Mentre notavo queste cose, e in farmacia il Lexotan andava via come il pane, un giornalista prestigioso, uno di quelli che girano il mondo e chiacchierano con tutti, visitava le tendopoli, assaggiava i tortellini, e decideva che il morale era alto, perché… Perché gli emiliani sono così, sempre di buonumore. Siccome poi il giornalista riteneva necessario trovare un compromesso sul tema del giorno – l’annosa polemica della parata – decise testé di proporre su internet il seguente referendum consultivo: che ne pensate di far volare le Frecce tricolori, invece che a Roma, sui terremotati? Sarebbe un bel gesto di solidarietà, non è vero? Un bell’invito a… come si dice da voi? A tener botta.

Racconto l’episodio perché secondo me è indicativo di dove ci porta la retorica dell’emiliano solare e proattivo. Quello dopo un piatto di tortellini aveva partorito l’idea di esprimerci solidarietà facendoci sentire il rombo delle Frecce tricolori, a tutti quanti. E se a tre o quattro anziani, in case di riposo dislocate in luoghi di fortuna, fossero saltate le coronarie, nessuno avrebbe fatto il collegamento. Bisogna smettere di offrire tortellini alla gente. Poi si convincono che noi stiamo bene e siamo pronti a ripartire. Non stiamo affatto bene. Forse non siamo pronti a ripartire.

Su internet c’è un brano che è girato così tanto che non riesco più a capire chi lo abbia scritto (dev’essere almeno passato per «Il Resto del Carlino»). Ormai è di tutti quelli che l’hanno condiviso. Il motivo di tanto successo credo sia evidente:

«Gli emiliano-romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari, una Maserati e una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco. Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Ligabue e la Pausini. Devono farti una siringa? Loro ti tirano su un’azienda biomedicale. Devono fare quattro piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche. Sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti… Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali».

Questi sono i tipici discorsi che l’emiliano amerebbe ascoltare – se esistesse. Ma forse non esiste, e comunque chi non amerebbe sentirsi descrivere così. Siamo bravi, abbiamo fatto la Ferrari e il Parmigiano Reggiano, quindi uno sciame sismico cosa vuoi che sia? Ci risolleveremo, perché pare sia una caratteristica tipica degli emiliani, risollevarsi. Questi discorsi ci aiutano a crearci un’identità – una cosa piuttosto labile, in Valpadana, dove tanti sono arrivati negli ultimi sessant’anni – e a farci coraggio; e indubbiamente in questo periodo ne abbiamo bisogno. Però, se uno ci riflette un attimo, sono solo parole. Non vogliono dire quasi niente.

Per accorgersene basta riandare al terribile sisma dell’Aquila, rileggere gli articoli, riascoltare le dirette tv. Per scoprire che in Italia c’era, a detta dei commentatori, almeno un altro popolo indomito e fiero che non si sarebbe fatto impressionare dal terremoto, gli aquilani appunto. Anche loro avrebbero ricostruito tutto alla svelta. Quando si è capito che non sarebbe andata così, a uno stereotipo (il fiero aquilano indomito ricostruttore) ne è immediatamente subentrato un altro: il pigro meridionale fatalista, se l’Aquila è ancora una maceria è colpa sua. Quando dopo il sisma del 20 maggio pensarono bene di intervistare il ferrarese Vittorio Sgarbi, la condanna fu senza appello:
«Sono molto ottimista perché conosco la disponibilità psicologica emiliana, il senso civico, imprenditoriale, amministrativo. Insomma, non staranno fermi e sono convinto che tra un mese saranno già ripartiti. All’Aquila son passati tre anni, ma è tutto esattamente come all’indomani del sisma. Stanno mani in mano, ad aspettare».

Conviene ricordarsele, le parole di Sgarbi, per capire cosa potrebbe capitare tra qualche anno, se le cose non vanno per il verso giusto – e le cose potrebbero non andare per il verso giusto, Ferrari o non Ferrari, Parmigiano o non Parmigiano.

Al posto dell’emiliano intrepido, ricco di inventiva e voglia di fare (in sostanza uno stereotipo del lumbard con l’etichetta sovrapposta all’ultimo momento) potrebbe subentrare quella dell’emiliano fatalista, dell’emiliano retrivo, rassegnato alla palude e al sottosviluppo: dopotutto certi comuni della Bassa sono rimasti zone depresse fino agli anni Sessanta. Insieme al Polesine, erano incluse in quel «meridione del Nord» da cui si fuggiva in cerca di lavoro a Milano o Torino. Dopotutto il fascismo agrario non è nato proprio qui, nella Bassa dei braccianti e dei mezzadri? E non è qui che la guerra civile proseguì ben oltre il 25 aprile, come ha scritto Giampaolo Pansa nei suoi ultimi novecentocinquantasei libri? Non che questo c’entri molto col terremoto, ma se è per questo, nemmeno la Ferrari, e quindi?

La statuetta dell’emiliano autonomo e fiero di rimboccarsi le maniche è l’espressione di un desiderio: noi non siamo necessariamente così, ma è così che gli altri ci vorrebbero vedere. Se fossimo così gentili da rimboccarci le maniche e risolvere tutto senza pianger troppo miseria, ecco, il resto d’Italia questa cosa la apprezzerebbe molto.

Noi però non siamo così. Non necessariamente. Non abbiamo inventato né la Ferrari, né il Parmigiano: tutte cose che abbiamo ereditato dai nonni, ma in quanto a creatività dobbiamo ancora dimostrare di saper reggere il confronto. Se davvero c’è una caratteristica emiliana che abbiamo conservato, forse è quella sensazione di incredulità, di scetticismo nei confronti dei mali del mondo, che non ci ha reso un buon servizio: noi nell’eventualità di un terremoto del genere semplicemente non ci credevamo, non sono cose che potevano accadere da noi, perché da noi non accade mai niente di male.

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