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  • giovedì 21 Giugno 2012

I guai del ministro della giustizia statunitense

Ieri la Camera ha deferito Eric Holder per una controversa operazione contro il narcotraffico, Obama si è difeso appellandosi a un antico principio giuridico

Una commissione parlamentare statunitense ha votato ieri per deferire il ministro della Giustizia Eric Holder per “oltraggio” alla Camera, a proposito di uno scandalo che riguarda le operazioni del governo americano contro i narcotrafficanti in Messico. Il voto, per 23 a 17 a sfavore di Holder, riguarda la vicenda del cosiddetto scandalo “Fast and Furious”, intorno a cui l’amministrazione Obama si sta scontrando con i parlamentari repubblicani.

La commissione, che si chiama ufficialmente Committee on Oversight and Government Reform, è un potente organo di controllo sulle attività del governo e dell’amministrazione in carica ed è controllata dai repubblicani, che hanno la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Il deferimento verrà ora presentato a tutta la Camera, che si esprimerà sul procedimento. Teoricamente, se anche la Camera approverà la mozione, potrebbe essere aperta un’indagine federale contro Holder. NBC News precisa che molto difficilmente si arriverà fino a quel punto, dato che in passato questi voti dei comitati e della Camera sono stati usati per lo più come armi per il negoziato tra le varie parti politiche coinvolte.

La mattina di mercoledì, alcune ore prima del voto, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si era appellato al cosiddetto “privilegio dell’esecutivo” (executive privilege) per non consegnare al comitato alcuni documenti di cui aveva fatto richiesta. Un portavoce del presidente della Camera, il repubblicano John Boehner, ha detto dopo il voto che membri dell’amministrazione hanno precedentemente mentito davanti all’aula e stavano ora “forzando la legge”. Diversi politici repubblicani di primo piano, tra cui il governatore del Texas Rick Perry, hanno chiesto le dimissioni del ministro della Giustizia Holder per il suo ruolo nello scandalo.

Lo scandalo Fast and Furious
La questione riguarda la conoscenza da parte di Holder di una strategia usata dall’agenzia statunitense che si occupa del controllo delle armi, il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (ATF) per smantellare i canali di rifornimento di armi dei cartelli della droga messicani. A partire dalla fine del 2009, l’ATF ha permesso che centinaia di armi – tra cui anche diversi fucili d’assalto AK-47, conosciuti come Kalashnikov – venissero comprate da sospetti trafficanti di armi collegati ai gruppi maggiori dei narcotrafficanti messicani, in particolare al cartello di Sinaloa. Il luogo delle operazioni era soprattutto l’Arizona. Con questa strategia – detta gun-walking, “far camminare le armi” – l’ATF andava contro la norma generale di bloccare immediatamente tutte le armi acquistate illegalmente.

L’obiettivo era non fermarsi ai livelli più bassi del traffico di armi ma riuscire ad arrivare ai capi più importanti dei narcos. L’operazione più vasta è stata l’Operation Fast and Furious (dalla serie di film d’azione), che si è conclusa nell’ottobre del 2011 con diversi arresti ma senza arrivare ai capi dei cartelli come sperato. In alcuni casi gli agenti in Arizona hanno perso le tracce delle armi coinvolte, che sono state trovate poi sui luoghi di crimini violenti intorno al confine tra Messico e Stati Uniti. La pratica del gun-walking, criticatissima anche all’interno dello stesso ATF, era già stata usata in altre due indagini durante l’amministrazione Bush.

Il comitato di controllo della Camera ha investigato per oltre un anno su queste operazioni, visionando centinaia di documenti. L’indagine si è spostata progressivamente sul tema di quanto il Dipartimento di Giustizia federale fosse a conoscenza dell’uso del gun-walking, dato che in alcune deposizioni iniziali funzionari del Dipartimento avevano negato di saperne qualcosa. Ma alla fine del 2011 sono emersi documenti che proverebbero la conoscenza da parte del ministro Holder dei dettagli dell’operazione Fast and Furious già alla fine del 2010 e non nell’aprile del 2011 come da lui dichiarato, e il comitato è passato ad occuparsi anche di possibili tentativi dell’amministrazione di interferire con le proprie indagini.

Il “privilegio dell’esecutivo”
Ma la questione riguarda soprattutto i rapporti tra l’amministrazione Obama e la Camera, dato che la commissione parlamentare non è interessata in primo luogo alla legittimità delle operazioni al confine tra Messico e Stati Uniti.

La causa scatenante del voto di ieri, infatti, è stato il rifiuto del presidente Obama di fornire alla commissione alcuni documenti del Dipartimento di Giustizia sull’operazione Fast and Furious, appellandosi all’executive privilege. Questo “privilegio dell’esecutivo” è uno degli strumenti che sono stati usati abbastanza abitualmente dai presidenti degli Stati Uniti in caso di scontri con il Congresso: il presidente Clinton si appellò ad esso 14 volte a proposito delle inchieste che lo riguardavano, mentre un altro caso molto celebre riguardò Richard Nixon, con il suo rifiuto iniziale di consegnare alla commissione d’inchiesta del Senato le registrazioni private effettuate nelle sue stanze durante lo scandalo del Watergate.

Lo strumento, ad ogni modo, è stato usato anche in contesti meno drammatici e da presidenti non coinvolti in scandali: George W. Bush ci si appellò sei volte nei suoi otto anni alla presidenza. Non si tratta di uno strumento previsto dalla Costituzione né regolato da leggi o sentenze della Corte Suprema, come chiarisce un questionario di Associated Press: è una procedura che però fa parte della storia americana fin dai tempi di George Washington.

Appellandosi al “privilegio dell’esecutivo”, un presidente rifiuta documenti o prove richieste da un organo del potere legislativo come il Congresso o una sua commissione, in base al principio dell’indipendenza dei poteri e della riservatezza dei processi decisionali suoi e dei maggiori esponenti della sua amministrazione. Solitamente il Congresso e il presidente non arrivano a uno scontro legale, che sarebbe molto lungo e danneggerebbe certamente i poteri della parte sconfitta: il ricorso al “privilegio dell’esecutivo” è nella maggior parte dei casi un momento particolarmente duro di uno scontro tra presidente e Congresso che viene risolto negoziando.

foto: Chip Somodevilla/Getty Images