I dieci giorni di Macao in un libro

È uscito l'ebook di Ivan Carozzi per Feltrinelli, che racconta l'occupazione della Torre Galfa a Milano e quello che ne è seguito

di Ivan Carozzi

Il 5 maggio di quest’anno un gruppo di studenti, artisti e attivisti ha occupato la Torre Galfa, un grattacielo di trentadue piani abbandonato da più di dieci anni che si trova in una zona centrale di Milano, poco lontano dalla sede della Regione. Il loro obiettivo era attirare l’attenzione sull’alto numero di strutture inutilizzate a Milano e stabilire nell’edificio un centro culturale, che è stato chiamato Macao. L’occupazione è durata dieci giorni: la mattina del 15 maggio è stato dato il via allo sgombero.

Ivan Carozzi c’era (ne ha anche scritto per il Post), e racconta quei dieci giorni, e quelli venuti dopo, nell’ebook Macao, che esce oggi per Feltrinelli. Ivan Carozzi è redattore per La7 e giornalista freelance, oltre a Macao ha pubblicato anche Figli delle stelle. Cronaca di un raduno raelianoMacao è in formato epub e potrà essere acquistato su Feltrinelli, Ibs ed Amazon. Ve ne proponiamo un estratto.

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Intorno alla metà della vicenda Macao, che nel momento in cui la vivemmo ci sembrò lunga, spaziosa e piena di storia come un secolo umano, una sera uscii dalla torre in compagnia di un amico. C’era bisogno di una boccata d’aria. Eravamo stroncati dal caos e dalle lunghezza interminabile delle assemblee. Lungo via Pola, di fronte ad un baracchino gestito da una coppia brasiliana, tra i transessuali che intorno alle dieci di sera cominciarono ad apparire, come sculture tropicali, davanti alla filiale di ‘Che Banca!’, in piedi accanto ai semafori e agli incroci, ragionammo sulla fatica terribile e la bellezza rara di assistere alla costruzione della polis, come se quei pomeriggi avessimo assistito ad uno spettacolo naturale nel suo farsi, in cui cellule e forze diverse si separavano, si compattavano, si sceglievano. Avevamo appena oltrepassato lo sguardo caramelloso di un trans, all’imbocco di via Oldofredi, dove morì l’Abbruciati della Magliana nell’agguato al vicepresidente del Banco Ambrosiano. Potremmo telefonare, disse Thomas, ad uno di quegli ex dittatori in pensione, con gli occhiali a specchio e le medaglie sul petto, per chiedergli di atterrare qui in elicottero e offrirgli Macao, chiavi in mano. La democrazia è faticosa, ma poche altre cose riescono a metterti in contatto con gli altri, a rimuovere filtri caratteriali, a lucidare lo sguardo, seppure per un periodo limitato, come l’esperienza vissuta di un bene comune. Nelle assemblee e nelle chiacchiere tête-à-tête, avevo registrato la singolare circolazione di un aggettivo, ‘sano’, con molta più frequenza di quanto mi fosse mai capitato nella vita reale. Questa è una cosa sana; questa non è una cosa sana. Oppure potremmo riconvocare Silvio Berlusconi, dissi a Thomas, come se una parte di me, scissa e recalcitrante, provasse gusto nell’imbrattare l’esperienza di Macao, di cui tutta la città dalla mattina del 5 maggio, stava parlando, scatenando in me un senso di nausea e nell’aria un vortice d’insopportabile polline mediatico. Macao, Macao, Macao.

L’occupazione della Torre Galfa
Macao dopo lo sgombero
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Dieci giorni a Macao
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