L’occupazione della Torre Galfa a Milano

Un gruppo di studenti e di artisti è entrato questa mattina in un grattacielo di 32 piani, abbandonato da più di dieci anni: le foto

di Ivan Carozzi

“Sarà la storia a dire se abbiamo fatto una cazzata”, così stamani intorno alle 11.30, da un piccolo megafono bianco. Di seguito circa centocinquanta persone, tante facce nuove, tra cui molti bambini in compagnia dei genitori, sono entrate all’interno di un grattacielo di 32 piani, abbandonato da una quindicina d’anni, precedentemente sede della Banca Popolare di Milano e attualmente commissariato al gruppo di Salvatore Ligresti.

Lo stabile – un’imponente architettura razionalista inaugurata nel ’53, in buone condizioni e bonificata dall’amianto nel 2008 – si trova a Milano in via Galvani 40, angolo via Fara, proprio in mezzo tra il Pirellone e il nuovo palazzo della Regione Lombardia, molto vicino alla stazione centrale. Intorno i grattacieli quasi ultimati della zona Garibaldi.

L’azione è stata compiuta da un gruppo di studenti, lavoratori dell’arte e della conoscenza, al termine di una consultazione pubblica avviata in città nel mese scorso, e su wmacao.tumblr.com, ribattezzata col nome di “Macao”. “Macao” è l’acronimo scelto per il nuovo centro di arti visive che, nell’intenzione degli occupanti, avrà sede nel grattacielo. Il significato dell’acronimo è lasciato all’interpretazione e alla fantasia dei cittadini e di chi vorrà collaborare alla gestione dello spazio.

L’iniziativa si colloca nel solco di quella del Teatro Valle e degli altri edifici occupati negli ultimi mesi in diversi capoluoghi italiani. Gli occupanti, durante la conferenza stampa, hanno fatto sapere che “c’è una logica che non accettiamo nel vedere un edificio abbandonato nel mezzo di una zona circondata da altri, grandi edifici in costruzione. La storia di Milano, infatti, è anche la storia di una continua espropriazione dell’ambiente e del suolo. Anche la cultura e l’arte, negli ultimi anni, sono state oggetto di rapina e processi di e speculazione. Adesso vogliamo capire se ci sia la possibilità e il desiderio di mettere in moto qualcosa. Ci siamo inventati una sigla, Macao, simile a quella di altre istituzioni culturali come il Maxxxi di Roma e il Mambo di Bologna. Ma in questo caso abbiamo chiesto, nel corso di una consultazione pubblica, che cosa vorremmo farlo diventare, quali potrebbero essere le proposte da parte degli addetti ai lavori e dei cittadini, a partire proprio dall’individuazione dell’acronimo”.

Antonio Caronia, docente dell’Accademia di Belle Arti di Brera intervenuto in assemblea ha sottolineato “il carattere di novità, nella produzione di linguaggi e immaginari, di creazione di relazioni umane, che queste iniziative stanno assumendo, anche rispetto alla tradizione dei centri sociali”. “Questo edificio è una sorta di dirty cube ed è questa la sfida rispetto al classico white cube museale”, ha dichiarato Bert Theys, artista belga e animatore di Isola Art Center. “Si tratta di prendere uno spazio abbandonato, un simbolo dei guasti della finanza che ci ha portato nel punto della crisi in cui tutti ci troviamo, non per appropriarcene, ma per restituirlo alla cittadinanza”, ha poi dichiarato uno degli occupanti. Non si sa quanto durerà, “ma l’importante è la voglia di provarci”. Stasera musica.

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