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  • mercoledì 11 Aprile 2012

Che fare con il Gran Premio del Bahrein?

Continuano le proteste contro il regime, la FIA vuole che si corra, ma molti team e piloti temono per la sicurezza e chiedono di annullare la gara

Il Gran Premio di Formula 1 in Bahrein, previsto per il 22 aprile prossimo, è di nuovo a rischio. Le cause sono le stesse che hanno portato all’annullamento dell’edizione dell’anno scorso, ossia la rivolta popolare iniziata lo scorso febbraio e che, seppur in maniera meno violenta, continua ancora oggi, mettendo a rischio la sicurezza. La Federazione Internazionale dell’Automobile (FIA) vuole che il Gran Premio si corra. Il titolare di fatto dell’organizzazione del campionato di Formula 1, l’82enne inglese Bernie Ecclestone, ha detto ieri in un’intervista al Times che la FIA “non può costringere i team di F1 ad andare in Bahrein”, ma qualora i team si rifiutassero infrangerebbero accordi commerciali. Allo stesso tempo, Ecclestone ha ribadito che l’annullamento del Gran Premio è una decisione che può prendere solo la FIA.

I team di Formula 1, invece, sono piuttosto divisi sulla vicenda. Se i due piloti tedeschi Michael Schumacher e Sebastian Vettel hanno detto che si dovrebbe correre, diverse squadre starebbero facendo pressioni sulla FIA per annullare il Gran Premio, scrive la BBC oggi, perché non ci sarebbero le condizioni di sicurezza necessarie. Il Guardian ha riportato la testimonianza di un importante membro di un team di Formula 1 che, sotto anonimato, si è detto molto preoccupato della trasferta in Bahrein. Anche Damon Hill, ex pilota inglese campione del mondo, ha detto che non si dovrebbe correre, nonostante lo scorso dicembre avesse detto il contrario. Secondo il Times, molte squadre di Formula 1 avrebbero prenotato per ognuno dei loro dipendenti due biglietti diversi per il viaggio dopo il Gran Premio della Cina di domenica prossima, a seconda delle necessità: un biglietto verso il Bahrein e l’altro, in caso venga annullato il Gran Premio, verso l’Europa o verso casa.

Parallelamente, c’è il caso del 53enne attivista del Bahrein, ma con cittadinanza danese, Abdulhadi al Khawaja, arrestato l’anno scorso e che da 63 giorni è in sciopero della fame per protesta contro l’attuale regime sunnita. In questi giorni si è parlato di un trasferimento in Danimarca di al Khawaja, richiesto con una certa insistenza dalle Nazioni Unite, ma il governo del Bahrein ha smentito questa ipotesi, dicendo che Al Khawaja è in buone condizioni di salute. Amnesty International e gli attivisti hanno chiesto invece la sua immediata liberazione, anche perché la sua salute starebbe peggiorando giorno dopo giorno.

Intanto le autorità del Bahrein stanno facendo pressioni affinché il Gran Premio si corra, sia per “unire il paese” ma anche perché un suo annullamento significherebbe la perdita di diversi milioni di dollari. Secondo un comunicato di Zayed Al Zayani, il responsabile del circuito dove si dovrebbe correre il Gran Premio di Bahrein, gli allarmi sono eccessivi e spesso sarebbero gli attivisti a mettere in giro voci false sui social network per rovinare l’evento. Il comunicato però ha fatto infuriare il team Lotus, perché citava frasi rassicuranti sul Gran Premio apparentemente dette da due rappresentanti del team che però, a quanto dice la Lotus, avrebbero parlato in via strettamente confidenziale.

Le rivolte in Bahrein sono iniziate nel febbraio 2011 e da allora sono proseguite a fasi alterne. A protestare principalmente è la comunità sciita, che rappresenta circa il 70 per cento della popolazione del Bahrein e che si sente discriminata dal regime sunnita del re Hamad bin Isa Al Khalifa. Circa 90 civili sarebbero stati uccisi da febbraio 2011 nel corso delle proteste, mentre almeno 3mila persone sarebbero rimaste ferite.

foto: AP/Hasan Jamali