La vita in difesa

Esce in Italia un bel romanzo sul baseball, sulla vita, e sul rapporto tra genio e regolatezza

Rizzoli ha appena pubblicato “L’arte di vivere in difesa“, un romanzo di Chad Harbach che ha avuto notevoli successi e apprezzamenti negli Stati Uniti, dove era stato pubblicato l’anno scorso (con un anticipo di 650 mila dollari da parte dell’editore). È il primo romanzo di Harbach, che ha 36 anni e dirige una rivista letteraria, e racconta di carriera e fortune di un giovane giocatore di baseball: il cui mito è un altro giocatore che ha scritto un libro di regole e aforismi da cui non si separa mai, “L’arte della difesa” (in inglese “fielding”, la parte della partita in cui una squadra gioca appunto in difesa, distribuita sul campo). Ma il romanzo è soprattutto su alcuni tratti del baseball che servono a raccontare la vita, per Harbach:

Il paradosso fondamentale del baseball, o del football, o di qualsiasi sport. La gente lo amava perché lo considerava un’arte: un’attività apparentemente inutile praticata da individui con un particolare talento, che sfuggiva a qualsiasi tentativo di definizione eppure a tratti sembrava comunicare qualcosa di vero, o addirittura cruciale, sulla Condizione Umana. E la Condizione Umana consisteva, alla fine, nel fatto di essere vivi e di avere accesso alla bellezza, di poterla anche ogni tanto creare, ma di finire un giorno morti, tutti, senza più bellezza alcuna.
Il baseball era un’arte, ma per arrivare all’eccellenza ci si doveva trasformare in una macchina. Non contava quanto magistralmente uno riuscisse a giocare a volte, come si comportasse nella sua giornata migliore, quante giocate spettacolari mettesse a segno. Non si era pittori o scrittori: non si lavorava nell’intimità della propria stanza per poi scartare gli svarioni e mostrare al mondo solo i capolavori. Per un giocatore di baseball, come per ogni macchina, l’essenziale era la capacità di ripetersi. I momenti di ispirazione non erano nulla in confronto all’eliminazione dell’errore.

Questa è la parte in cui il giovane protagonista, Henry Skrimshander, arriva – frastornato e affascinato da un mondo nuovo – all’università che lo ha selezionato per la sua bravura come interbase.

«Phumber 405» disse infine la donna sorridente. Gli mise in mano una chiave e una mappa, e indicò a sinistra. «Nel cortile piccolo.»

Henry scivolò lungo un passaggio tra due edifici e si ritrovò di fronte uno scenario luminoso e allettante. Quello non era il Lankton Community College: quella era un’università da film. Gli edifici avevano tutti la stessa sfumatura di grigio; non superavano i quattro o cinque piani ed erano costruiti con una pietra compatta, levigata dalle intemperie. Le finestre erano ampie, i tetti aguzzi. Panchine e rastrelliere per le biciclette erano state ridipinte da poco di blu. Due ragazzi alti in pantaloncini e infradito barcollavano in direzione di una porta aperta sotto il peso di un enorme televisore a schermo piatto. Uno scoiattolo balzò giù da un albero e urtò la gamba del ragazzo che camminava all’indietro; lui strillò e cadde in ginocchio, e l’angolo del televisore affondò nel morbido tappeto erboso. L’altro ragazzo scoppiò a ridere. Dello scoiattolo non c’era già più traccia. Da una delle finestre alte giunse il suono di un violino.

Henry trovò Phumber Hall e salì le scale fino all’ultimo piano. La porta contrassegnata con il numero 405 era leggermente socchiusa e dalla fessura filtrava una musichetta metallica, bizzarra. Indugiò nervosamente sul pianerottolo. Non sapeva quanti compagni di stanza avrebbe avuto, che genere di persone sarebbero state, che razza di musica fosse quella. Se proprio doveva dare una forma concreta agli studenti del Westish College, immaginava milleduecento Mike Schwartz, enormi individui inaccessibili dall’aria greve, e milleduecento ragazze del tipo presumibilmente preferito da Mike Schwartz: slanciate, bellissime, ferrate in storia antica. Tutto l’insieme, in realtà, gli metteva troppa soggezione per soffermarcisi. Spinse la porta con il piede.

La stanza conteneva due letti identici dalla struttura in acciaio e due identiche postazioni in legno chiaro: scrivania, sedia, armadio, libreria. Uno dei letti sembrava rifatto di fresco, con un’elegante trapunta verde mare e una catasta di soffici cuscini. L’altro ospitava solo il materasso, corredato di una brutta chiazza color ocra che ricalcava a grandi linee la forma e le dimensioni di un corpo umano. Entrambe le librerie erano già state riempite, i libri ordinati per autore da Achebe a Tocqueville; il resto dei volumi dalla T alla Z era impilato sulla mensola. Henry gettò le borse sulla chiazza ocra ed estrasse dalla tasca dei pantaloni la sua copia consunta dell’Arte della difesa di Aparicio Rodriguez, l’unico libro che avesse portato con sé, l’unico che conoscesse a fondo. E all’improvviso la cosa gli parve un terribile errore. Stava per infilarlo tra La Rochefoucald e Roethke, ma incredibilmente ce n’era già una copia: una bella edizione rilegata dal dorso poco consumato. Henry la prese e se la rigirò tra le mani. Sul risvolto, in bella grafia, qualcuno aveva vergato le parole Owen Dunne.

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