I guai economici del Portogallo

Nonostante i tagli e le misure di austerità, il paese non riesce a riprendersi e potrebbe essere necessario un nuovo prestito internazionale

A oltre un anno dal piano di salvataggio economico da 78 miliardi di euro concesso da Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, l’economia del Portogallo mostra ancora molti problemi, scrive lo Spiegel in un lungo articolo. Il Portogallo è stato uno dei paesi meno restii ad accettare le misure di austerità e i severi tagli imposti dalla comunità internazionale per evitare il default. Eppure, questi sforzi per il momento non hanno stimolato l’economia e il futuro del paese non sembra dei migliori.

Nonostante la cosiddetta “troika” (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) dica di avere molta fiducia nel risanamento e nella futura crescita economica del paese, lo Spiegel scrive che per i mercati finanziari c’è ancora il 71 per cento di possibilità che il Portogallo possa fallire nei prossimi cinque anni, come dimostra l’entità dei premi assicurativi dei credit default swap (derivati creditizi) sui bond portoghesi. La stessa Deutsche Bank, ricorda lo Spiegel, ha già detto che presto anche il settore privato dovrà fare molto probabilmente la sua parte e rinunciare a qualche credito, come già visto in Grecia, per evitare il fallimento del Portogallo.

I 78 miliardi di euro offerti dalla comunità internazionale dureranno fino a settembre 2013, poi non si sa che cosa succederà. Dopo che Il Prodotto interno lordo portoghese era sceso notevolmente nel 2009 (-2,51 per cento), il paese aveva ripreso lentamente a crescere nel 2010 (+1,39 per cento). Ma nel 2011 è tornata la recessione, la peggiore dopo quella del 1975. Solo nell’ultimo trimestre nel 2011 il PIL sarebbe sceso dell’1,3 per cento, dopo che nel trimestre precedente era già calato dello 0,6 per cento, per una decrescita complessiva stimata durante il 2011 di almeno il 3 per cento.

Per fare un esempio concreto, l’anno scorso in Portogallo sono state vendute il 30 per cento di automobili in meno rispetto al 2010. La disoccupazione intanto è salita vertiginosamente: nell’ultimo trimestre del 2011 è cresciuta del 14 per cento, per un tasso complessivo nel 2011 del 12,7 per cento (alla fine del 2010 era ferma all’11,1). Le cose non andranno meglio nel 2012: secondo le stime del governo, la disoccupazione salirà ancora, fino al 13,4 per cento, per poi riscendere, si spera, nel 2013.

C’è inoltre il problema del cosiddetto “contagio finanziario”, ossia le ripercussioni del mercato finanziario sul Portogallo qualora la Grecia dovesse fallire. Negli ultimi tempi, infatti, i tassi di interesse sui bond portoghesi sono cresciuti addirittura fino al 17 per cento alla fine di gennaio, quando la Grecia sembrava sempre più avviata verso il fallimento. Poi, nelle settimane successive, sono scesi al 12 per cento, ma da lunedì sono ripresi a salire.

Questa situazione economica ha spinto molti portoghesi, tra cui molti giovani, a emigrare, soprattutto nelle ex colonie. Circa 330mila portoghesi ora vivono in Brasile, rispetto ai 277mila del 2010. Duecentomila, invece, sono i portoghesi che ora vivono stabilmente in Mozambico e Angola, dove lavorano principalmente nelle miniere e nei cantieri edili. Nel 2009, 24mila portoghesi si sono trasferiti in Angola. Nel 2006 erano stati solo 156 gli emigranti portoghesi.

Pochi giorni fa, António Seguro, il neoleader del Partito Socialista portoghese (centrosinistra), ha detto che il Portogallo avrà bisogno di un altro anno per raggiungere gli obiettivi imposti dalla comunità internazionale. Secondo Seguro, le misure di austerità stanno lacerando la tradizionale coesione sociale dei portoghesi che, effettivamente, sono scesi più volte di recente in strada a protestare (l’11 febbraio c’è stata una grande manifestazione contro i tagli e l’austerità) ed è stato già annunciato per il 22 marzo un altro sciopero generale.

Anche se, scrive lo Spiegel, il Portogallo resta ancora una nazione dal costo del lavoro piuttosto basso, molte aziende straniere (in particolar modo quelle tedesche) hanno deciso di non investire più nel paese per trasferirsi in luoghi ancora più economici come l’est Europa e l’Asia. Inoltre, il Portogallo resta un paese le cui importazioni sono decisamente superiori alle esportazioni, le quali, a loro volta, sono danneggiate perché dirette per l’80 per cento verso un’area in crisi come l’Unione Europea.

Insomma, nonostante le misure di austerità accettate in tempi brevi dal governo portoghese, il Portogallo sembra ancora lontano da un ritorno alla crescita e alla “normalità”. Come scrive lo Spiegel, il Portogallo di questo passo non riguadagnerà la fiducia dei mercati finanziari prima del 2015, se non nel 2016. Ciò vuol dire che Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, per invertire la tendenza, dovranno concedere al paese un altro prestito, non meno di 25 miliardi di euro, secondo le stime più conservative.

nella foto, il carnevale di Ovar, in Portogallo (AP/Paulo Duarte)

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