• Italia
  • mercoledì 15 febbraio 2012

Il problema con le fondazioni bancarie

Ieri la Fondazione Monte dei Paschi ha detto che venderà fino al 15% delle sue quote della banca: decisione che potrebbe essere "storica"

L’organo amministratore della Fondazione Monte dei Paschi, la Deputazione composta da sette membri, ha annunciato ieri sera che cederà una quota della banca che controlla, il Monte dei Paschi di Siena. La decisione è stata presa perché la fondazione si trova in gravi difficoltà finanziarie e deve quindi trovare i soldi per ripagare i suoi debiti, arrivati a circa un miliardo di euro. Come scrive il Corriere della Sera, a dicembre 2011 le banche creditrici della Fondazione avevano congelato il debito ma avevano dato tempo fino al 15 febbraio per la presentazione di un piano.

Le quote di MPS che verranno cedute dalla Fondazione potranno arrivare fino al 15%, in modo da mantenere il controllo di almeno il 33,5% del capitale della banca e quindi il diritto di veto in assemblea straordinaria. Da quando il Monte dei Paschi di Siena è in difficoltà economica, colpito dalla crisi e da alcune operazioni, come l’acquisto di Antonveneta nel 2007, che ne hanno ridotto moltissimo gli utili e i dividendi azionari, anche la Fondazione si è trovata priva della sua principale fonte di sostentamento, e ha iniziato a ridurre fortemente il suo ruolo di “bancomat della città”: negli ultimi tre anni ha ridotto di circa l’80% le sue attività economiche a Siena e in Toscana, dove negli anni di maggior solidità concedeva finanziamenti a organizzazioni e associazioni per molti milioni di euro.

Il presidente della Fondazione, carica di durata quadriennale, è Gabriello Mancini, 65 anni, che ha nel suo passato una lunga attività politica nella Democrazia Cristiana senese (è stato segretario provinciale dal 1978 al 1980 e dal 1986 al 1989). Negli anni Novanta è stato anche consigliere regionale. L’incarico di Mancini scade nel 2013.

La vendita di parte delle quote e la fine del controllo diretto della Fondazione sulla banca è stata definita “storica”, e potrebbe avere conseguenze importanti nella situazione italiana della gestione e del controllo delle banche. Quando il sistema bancario venne riorganizzato durante il fascismo, nel 1936, le banche furono definite come istituzioni con una finalità pubblica, quella di erogare il credito, ovvero prestare soldi (in particolare alle imprese). Lo Stato era molto spesso azionista di maggioranza, e la finalità delle banche non era quella di ottenere profitti in una situazione di libero mercato. A partire dagli anni Novanta, sono state istituite le fondazioni proprio con l’obiettivo di privatizzare le banche, e far sì che facessero scelte in base a criteri esclusivamente economici e di mercato. Così non è stato, perché i posti dirigenti sono spesso stati assegnati a uomini con stretti legami con la politica locale, e gli stessi statuti delle fondazioni prevedono che molte nomine al loro interno siano fatte da enti locali (e quindi di carattere politico). Inoltre, un ristretto numero di enti economici possiede le azioni di molte banche diverse e, nei fatti, crea dei “patti” all’interno dei consigli di amministrazione che impediscono che le proprietà passino di mano e vengano alterati gli equilibri di controllo esistenti.

Questa “anomalia italiana”, che in passato è stata criticata anche dall’attuale presidente del Consiglio, quando era commissario europeo per la concorrenza, è nota da tempo e si riflette nel modo in cui viene concesso il credito alle imprese e nelle scelte degli investimenti. Molti commentatori hanno criticato e continuano a criticare questo sistema “bloccato” e ancora troppo collegato al potere politico, nonostante quanto dicono le fondazioni bancarie stesse, che invece sostengono in ogni occasione la propria autonomia.

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