Gli scienziati si ribellano alle riviste scientifiche

Cresce il boicottaggio contro Elsevier, uno dei principali e più controversi editori di pubblicazioni specializzate

di Massimo Sandal

Non lo sa nessuno, ma ognuno di noi, quando paga le tasse, paga due volte per la ricerca scientifica. In breve, funziona così. Si paga la prima volta per finanziare la ricerca direttamente – stipendi, materiale per i laboratori. Quando una ricerca giunge a una conclusione, i metodi e i risultati vengono pubblicati dalle riviste specializzate, dopo un processo di peer review – ovvero, di revisione e commento da parte di altri ricercatori. Tali pubblicazioni sono fondamentali: sono l’unica “prova” ufficiale della paternità di una ricerca, ed è il loro numero e la loro qualità l’unica cosa che conta ai fini della carriera di un ricercatore.

Una volta pubblicato, si paga la seconda volta. Già, perchè se i ricercatori vogliono leggere gli articoli dei loro colleghi – e quindi rimanere aggiornati – devono pagare gli abbonamenti alle riviste (tramite le biblioteche universitarie e dei centri di ricerca). Come riassume Brett S. Abrahams, professore di genetica all’Albert Einstein College of Medicine:

“Il governo paga me e altri scienziati per produrre articoli, che diamo gratis per la pubblicazione ad aziende private. Dopo di che, queste ci fanno pagare per leggerli”

Questo sistema è nato in un’epoca in cui tipografare e stampare una rivista aveva dei costi non indifferenti. Che senso ha oggi, in un’epoca in cui chiunque può creare un file PDF e metterlo online, immediatamente disponibile a chiunque?

Gli editor delle riviste specializzate, infatti, ormai non fanno quasi nulla. Non dovete immaginare queste pubblicazioni come delle normali riviste “da edicola”: tranne che in casi eccezionali esse non hanno editoriali, non hanno una vera redazione nè dei giornalisti. Sono meri contenitori di articoli tecnici, scritti da accademici, che non vengono pagati dalle riviste su cui pubblicano (a volte si paga addirittura anche per scriverlo, l’articolo: molte riviste chiedono soldi in caso uno voglia pubblicare immagini a colori o sforare il limite di pagine per articolo). La peer review è gratuita: è un servizio volontario che ciascun ricercatore fa per i propri colleghi. Quanto al lavoro tipografico, ormai tutti gli editori forniscono dei template da riempire, e gli autori devono quindi inviare alla rivista i file già quasi completamente formattati. Tutto ciò che fa l’editore è fornire il server da cui scaricare gli articoli, stampare qualche copia per le biblioteche che chiedono il cartaceo, e raccogliere i soldi degli abbonamenti.

La comunità scientifica da anni sta provando a reagire. I fisici e i matematici hanno fondato fin dal 1991 il database arXiv (pronunciato come “archive”), dove si possono caricare e scaricare gratuitamente i propri articoli prima che questi vengano sottoposti a peer review e quindi pubblicati ufficialmente. In questo modo la diffusione aperta è garantita, ma un articolo su arXiv non ha  purtroppo valore dal punto di vista della carriera, per cui contano esclusivamente le pubblicazioni ufficiali. Varie associazioni accademiche no-profit, come Public Library of Science e BioMed Central, hanno fondato riviste ufficiali open access,  ovvero i cui articoli sono liberamente accessibili su Internet gratuitamente.

Gli editori a pagamento, però, fanno ancora la parte del leone, e consapevoli del loro ruolo fondamentale per le carriere e il lavoro di migliaia di accademici in tutto il mondo non si sono fatti scrupolo nello spremere economicamente le biblioteche universitarie. La Association of Research Libraries, un’associazione di biblioteche scientifiche americane, ha valutato che il costo delle riviste specializzate è aumentato del 260% tra il 1986 e il 2003 – mentre i prezzi medi degli altri generi di consumo sono aumentati solo del 68%. L’abbonamento di una biblioteca a un singolo mensile specializzato può costare tranquillamente dai 5.000 ai 20.000 dollari ogni anno.

Il 21 gennaio Timothy Gowers – un matematico dell’Università di Cambridge e vincitore della Medaglia Fields (l’equivalente del premio Nobel nel campo della matematica)- ha scritto sul suo blog:

“Può sembrare assurdo che questa situazione sia andata avanti fino adesso. Dopo tutto i matematici e gli altri scienziati se ne lamentano da molto tempo. Perchè non possiamo dire alla casa editrice Elsevier che non vogliamo più pubblicare con loro?
Beh, parte della risposta è che possiamo.”

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