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  • lunedì 16 Gennaio 2012

Cinesi a Kathmandu

La visita di Wen Jiabao in Nepal e le difficoltà della Cina di comportarsi come una grande potenza internazionale, ora che lo è

di Matteo Miele, Royal University of Bhutan

La diplomazia cinese si muove da anni a colpi di milioni. Sottile paradosso della storia per un paese che quando era “al centro del mondo” faceva pagare il tributo agli altri. Cambiano i tempi, i metodi e le insegne, ma non la vocazione imperiale del più popoloso paese della terra.

La visita in Nepal di Wen Jiabao, primo ministro della Repubblica Popolare Cinese, è passata quasi inosservata dall’informazione europea, come la cortesia di un vicino. Poche ore, prima di proseguire per il Medio Oriente, e con circa 135 milioni di dollari donati da Pechino a Kathmandu. Così ieri il primo ministro nepalese Baburam Bhattarai, maoista, secondo quanto riportato dal Telegraph Nepal, ha detto di non essere un leader pro-India e che il suo paese non dovrà più avere la funzione di Stato-cuscinetto, ma di ponte tra le due potenze asiatiche. Formule politiche che in realtà segnalano ancora una volta il tentativo cinese di limitare lo spazio geopolitico dell’India nell’Asia del Sud.

Chiariamo che storicamente il Nepal, dal XVIII secolo, fu uno Stato vassallo dell’Impero Celeste, fin da quando la dinastia mancese dei Qing era andata a fermare le incursioni nepalesi in Tibet. Dunque, nella logica politica contemporanea di Pechino, anche il paese himalayano è parte dell’eredità imperiale. Il Nepal però è in primo luogo un paese profondamente legato all’India, con la quale condivide il patrimonio culturale, sociale e religioso. Fino a pochi anni fa era l’ultima monarchia induista sul pianeta, e induista è la grande maggioranza della popolazione. La lingua, il nepali, è molto simile all’hindi e diversi milioni di indiani sono di etnia nepalese.

Dunque il gioco di Pechino si complica. La dirigenza maoista nepalese può accettare con piacere i milioni che il potente vicino è venuto a portare. Lo stesso fanno i dittatori africani o qualcun altro nel Pacifico del Sud. Il problema della Cina Popolare rimane però la sua incapacità di fornire al mondo, al di là dei soldi, un modello culturale valido e credibile, capace di collocarla davvero al centro di un rinnovato sistema geopolitico, al contrario di ciò che aveva fatto per secoli per il resto dell’Asia orientale. L’India ha invece il merito di essere la più grande democrazia del mondo, continuatrice, senza traumi rivoluzionari, di una civiltà millenaria ed anche erede di un Raj britannico che ha lasciato al paese un modello politico e giuridico in grado di porla come supporto dei processi di democratizzazione in Asia, come dimostrato recentemente dalla Birmania e dal Bhutan, seppure in un ambito geopolitico ancora inevitabilmente più circoscritto.

La Cina Popolare invece, al di là del proprio ruolo economico, non riesce a muoversi in una dimensione di responsabilità internazionale a livello mondiale. Dietro una pretesa ricerca dell’armonia (magari a volte anche in buona fede), vi sono coperture di dittature, con il rischio concreto del proliferarsi di regimi autoritari supportati da una Cina che pretende dai propri interlocutori soltanto il riconoscimento di Pechino, invece che di Taipei, e la totale non ingerenza su quelli che il regime comunista definisce “affari interni”.

La partita a scacchi nel Subcontinente e nel Sud-Est asiatico tra Pechino e Nuova Delhi è dunque in primo luogo il confronto tra due idee di Asia e di potenza che l’Occidente dovrà imparare ad interpretare.

Il primo ministro cinese Wen Jiabao e il premier nepalese Baburam Bhattarai a Kathmandu il 14 gennaio 2012 (POOL/AFP/Getty Images)