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  • sabato 17 Dicembre 2011

Venezia, tre scene dalla crisi

Che ne sarà di Occupy Wall Street, cosa discutono i critici del sistema capitalistico e bancario e altri pensieri dalla laguna

di Filippomaria Pontani

Scena prima
Università Ca’ Foscari, 23 novembre 2011. Per il primo appuntamento delle “Conversazioni sul nostro futuro” il rettore Carlo Carraro, uomo dell’ENI e delle Generali, ha scelto di invitare il banchiere Alessandro Profumo, che dopo aver diretto per 13 anni il gruppo UniCredit ha fondato una propria società di advisory (dal nome di Appeal Strategy&Finance), ed è ora membro del CdA dell’ENI, nonché del Supervisory Board della potente banca russa Sberbank. Tra gli stucchi e i decori dell’Auditorium di Santa Margherita, ricavato tramite un paziente restauro all’interno dell’omonima chiesa barocca, l’attesa è alta, in specie dopo le recenti proiezioni di Profumo come ipotetico leader di un nuovo centrosinistra, e dopo l’indagine milanese che l’ha incriminato per frode fiscale nell’ambito dell’affaire cosiddetto “Brontos” (ne hanno parlato ampiamente, tra gli altri, “Report” e il “Fatto quotidiano”).

Appena Profumo cerca di prendere la parola, in diversi punti del teatro partono contestazioni d’ogni tipo: studenti accomodati in platea e nei palchi chiedono conto al relatore della sua buonuscita da UniCredit (circa 40 milioni di euro, di cui 2 donati in beneficenza), della frode di cui è accusato (per un ammontare di 245 milioni di euro), e della manleva con cui si sgrava delle responsabilità gestionali che in molti – anche in seno a UniCredit – ritengono all’origine della grave sofferenza attuale del gruppo (si ricordi in particolare nel 2005 l’acquisizione di HypoVereinBank, che ha condotto UniCredit nelle sabbie mobili dei mercati dell’Est Europa). Volano parole grosse: “ladro”, “assassino”, “vergogna”, ed epiteti non amichevoli accompagnano anche il Rettore che ha scelto di proporre proprio il suo amico Profumo come primo esperto e dunque indirettamente come modello ai propri studenti (aveva agito così anche pochi giorni prima, chiamando a parlare dinanzi ai neolaureati in Piazza San Marco l’amministratore delegato di VenetoBanca, interrotto e infine zittito dalle veementi proteste di genitori e studenti esasperati dalla pioggia e dalla beffa).

Quando, dopo diversi tentativi infruttuosi, alla fine qualcuno riesce a placare gli animi, è ormai chiaro che la contestazione sarà il fatto saliente della serata: la cosa trova conferma nel prosieguo dell’incontro, poiché la lectio del banchiere – dall’ambizioso titolo “Il futuro dell’Europa tra crisi economica e riforma del sistema finanziario” – si limita a insistere pedissequamente su tre punti: a) l’Europa è a rischio perché alcuni Paesi hanno speso troppo, e nel nostro Paese in particolare (che è il vero problema dell’Europa) il debito pubblico non è stato generato dalle banche; b) se l’Italia fallisce (e l’euro con lei) le svalutazioni e l’inflazione porteranno diffusa povertà, dunque bisogna insistere sulla crescita in modo da creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza, anzitutto tramite le privatizzazioni, e poi tramite una tassa patrimoniale da 400 miliardi (!); c) fortunatamente la Commissione europea ha elaborato valide proposte per arginare le storture del sistema finanziario, che dovrebbero portare alla creazione di supervisori centrali e di un’autorità politica in grado di far da contraltare alla moneta unica.

Nessuna risposta viene dall’oratore sulle prospettive concrete dell’unione economica europea, sulla plausibilità di una crescita così forte da compensare la crisi del debito, sulla debolezza intrinseca del rapporto Larosière per la regolamentazione finanziaria (le misure di Obama, il Dodd-Frank Act, sembrano in confronto pressoché rivoluzionarie), o sulla natura delle passate privatizzazioni italiane (sempre eseguite “al rialzo” per fare cassa, al contrario di quanto è avvenuto in altri Paesi: L. Germano, Governo e grandi imprese, Il Mulino 2009). Sarebbero forse state utili, quelle risposte, in un Paese il cui principale giornale “progressista” traduce dal Guardian gli editoriali di Timothy Garton Ash invece che quelli di Simon Jenkins. Soprattutto, colpisce l’assoluta assenza di un seppur minimo cenno di autocritica: la gestione Profumo di UniCredit viene presentata come una grande opportunità di crescita e di occupazione (senza pensare non dico alle secche e ai licenziamenti degli ultimi tempi, ma anche solo all’andamento del titolo che dopo la fusione con Capitalia, e le plusvalenze incassate dai bene informati, è passato da 7 euro agli 1,5 attuali: cfr. L. Serafini, Italian Bankster, Fazi 2009); la concentrazione del sistema bancario in pochi mastodonti è presentata come una necessità storica (ora che perfino Obama scongiura di non creare gruppi too big to save), il ruolo delle banche come costante positiva insidiata da una politica ostile (!), le super-liquidazioni come giusti omaggi al difficile lavoro dei manager, e la vendita dei derivati come una normale operazione di mercato (splendida, e una vera carezza all’intelligenza degli astanti, la foglia di fico secondo cui “le nostre banche sono commerciali e non d’investimento”: e Cordusio-RMBS? e Adriano Finance? e Antenore Finance?).

Dinanzi al balbettìo degli economisti (anche quelli presenti sul palco in veste ufficiale di discussants, e altri che nella platea in subbuglio vanamente brandivano come camomilla le Riforme a costo zero di Tito Boeri), il dibattito cede il passo a una serie di stizzite contestazioni da parte del più turbolento uditorio: in aggiunta alle recriminazioni di studenti indignati e di giovani impazienti, ci vuole un piccolo imprenditore esasperato per rappresentare plasticamente il drammatico calo dei finanziamenti bancari alle attività produttive, con le quali il mondo sempre più finanziarizzato, impegnato nella creazione figurata di denaro, ha perso da tempo contatto. E ci vuole uno sconcertato filologo classico per raccomandare al pubblico un libro che chiarisca almeno il quadro generale in cui s’inserisce il passato di Profumo e il presente di Monti, o (il che è lo stesso) il presente di Passera e il passato di Draghi: L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi 2011. Sullo sfondo, evocato in chiusura da un anziano signore che contava (era quasi un mese fa) su una pensione ormai prossima, rimane appena sfiorato il tema della disuguaglianza sociale e della redistribuzione del reddito, che l’oratore ritiene forse marginale.

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