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  • domenica 20 novembre 2011

L’esercito interviene in piazza Tahrir

Oggi sarebbero morti tre manifestanti e un ministro si è dimesso per protesta contro i militari

Aggiornamento, 18.40 Continuano gli scontri in piazza Tahrir, dopo che la polizia e l’esercito egiziani sono intervenuti per smantellare l’accampamento dei manifestanti, che oggi hanno occupato la piazza con diverse migliaia di persone. Associated Press, citando due medici che lavorano negli ospedali del Cairo, ha confermato che i morti negli scontri di oggi sono stati tre, con almeno 600 feriti. Un’ora fa il governo egiziano ha dichiarato che le elezioni parlamentari, le prime dopo la fine del regime di Mubarak, si terranno regolarmente il prossimo 28 novembre.

Aggiornamento, 17.09 L’esercito egiziano e la polizia in tenuta antisommossa hanno attaccato i manifestanti a piazza Tahrir. Le forze di sicurezza hanno bruciato le loro tende e sparato gas lacrimogeni e proiettili ad altezza d’uomo. I manifestanti sono però tornati nella piazza per sfidare i poliziotti, che poi si sono ritirati. Al Jazeera English sta trasmettendo live da Tahrir, dove ora i manifestanti, che ora sembrano molti di più di qualche ora fa, stanno chiedendo a gran voce le dimissioni del generale Tantawi. Il ministro della Cultura egiziano Emad Abu Ghazi si è dimesso per protesta contro la repressione delle forze di sicurezza contro i manifestanti. Secondo Al Jazeera, i morti di oggi sarebbero tre.

Manca poco più di una settimana all’inizio delle prime elezioni parlamentari in Egitto e prosegue rivolta di migliaia di manifestanti che da venerdì notte sono assiepati a piazza Tahrir, al Cairo. Il loro numero cresce sempre di più, mentre intorno i vetri distrutti sono, i negozi chiusi, pietre dappertutto e il traffico è stato di nuovo bloccato.

Qui ieri è nata la rivolta più violenta degli ultimi mesi, dopo che i poliziotti (non l’esercito, che per ora si è tenuto lontano dalla piazza) hanno sgomberato un sit-in pacifico di protesta contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate che da inizio anno di fatto controlla il paese.

La rivolta, propagatasi su Twitter e Facebook, è poi arrivata in altre città come Alessandria e Suez. I morti finora sarebbero due, i feriti quasi un migliaio. Tra questi ci sono anche diversi giornalisti e fotoreporter, come il reporter del quotidiano Ahram, che è stato picchiato dalla polizia mentre dettava al telefono il suo pezzo alla redazione.

Oggi le proteste sono continuate al grido di “fuori i militari”, “potere al popolo” e “ogni proiettile ci rende più forti”, così come gli scontri tra 5mila manifestanti e le forze dell’ordine intorno a piazza Tahrir, che al lancio di pietre hanno risposto con i gas lacrimogeni. Durante la notte sono spuntate anche diverse strutture mediche di fortuna per curare i feriti che avevano rifiutato di farsi ricoverare per paura di essere arrestati. Gli scontri sembrano, almeno per il momento, meno violenti di quelli di ieri, ma la tensione rimane altissima: piazza Tahrir è ancora occupata e non si sa come reagiranno i militari. Le elezioni parlamentari, previste dal 28 novembre, sono ora a forte rischio. Ma un loro rinvio potrebbe alzare la tensione sociale, anche se si svolgessero regolarmente, l’Egitto non avrebbe un nuovo presidente non prima di aprile 2012. Proprio ieri un alto membro del consiglio militare, il generale Mohsen el Fangari, ha affermato che l’elezione di un nuovo presidente potrebbe protrarsi sino al dicembre 2013. Tuttavia, un gruppo di intellettuali e politici egiziani, tra cui l’ex capo dell’AIEA Mohamed el Baradei, ha proposto venerdì di rimandare le elezioni proprio per convincere la giunta militare a cedere il potere e scrivere nel frattempo una nuova costituzione.

Chi sono e cosa vogliono i manifestanti

I manifestanti sono per la maggior parte giovani che hanno partecipato alla rivoluzione di gennaio e islamisti legati ai Fratelli Musulmani. Ma a essi, nelle ultime ore, si sono uniti molti appartenenti al gruppo religioso dei salafiti e perfino ultras delle due squadre di calcio del Cairo, Al Ahly e Al Zamalek. Proprio l’intervento di queste ultime due fazioni più violente ha fatto sì che i manifestanti occupassero nuovamente in serata piazza Tahrir. Alcuni manifestanti si erano diretti verso il palazzo del ministro dell’Interno, ma sono stati respinti dalla polizia.

I manifestanti chiedono: che il Consiglio Supremo guidato dall’ex ministro della Difesa di Mubarak, Hussein Tantawi, si dimetta; che venga stilata una precisa tabella di marcia sul passaggio di poteri dai Consiglio Supremo a un esecutivo civile; che vengano puniti i poliziotti responsabili delle violenze degli ultimi giorni; che vengano annullati i processi contro i cittadini da parte delle corti marziali; e che non venga accettato il piano di riforma dei principi costituzionali presentato in settimana dall’attuale vicepremier Ali al Selmi.

Proprio questa bozza di riforma costituzionale, redatta sotto la supervisione del vice primo ministro Al Selmi, è stata la scintilla che ha scatenato gli scontri delle ultime ore. I manifestanti hanno contestato soprattutto due articoli del testo che, almeno nellabozza iniziale, negavano non solo la possibilità di controllo sul bilancio dell’esercito, ma anche la possibilità di una commissione indipendente che vigilasse sulle azioni dei militari. Inoltre erano previste punizioni per chiunque criticasse l’operato dell’esercito, un divieto che negli ultimi mesi ha causato migliaia di arresti tra blogger e oppositori del regime militare. Tuttavia, il governo egiziano ha successivamente pubblicato una nuova versione, secondo cui un Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato dal presidente avrà il compito di controllare l’operato dell’esercito.

foto: AP Photo/Khalil Hamra

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