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  • mercoledì 25 Maggio 2011

Quando si può fare la guerra

Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelski sulle democrazie e le guerre giuste

Nel loro libro conversazione pubblicato nei giorni scorsi da Laterza – “La felicità della democrazia” – Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky prendono a un certo punto le mosse dalle riflessioni sull'”emergenza” e sul “partito della trattativa” ai tempi del sequestro Moro, per discutere dei termini in cui una democrazia si debba rapportare con uno scenario straordinario come quello della guerra.

EM: Ma la lezione di quegli anni fu anche un’altra. Ti ricordi la tentazione «emergenzialista», da Stato speciale, una sorta d’eccezione alla normalità delle regole e dei diritti in nome della sfida a cui eravamo sottoposti. Bene, per me la lezione dice questo: la democrazia quando è sotto attacco si deve difendere, sia per non cedere il passo alla barbarie, sia per proteggere i suoi cittadini (che negli Stati democratici hanno concesso al potere pubblico il monopolio della forza in cambio di garanzie), sia per dimostrare l’efficienza dello Stato, sia infine per testimoniare la sua stessa efficacia: perché una democrazia non è un sistema di regole disincarnato, ma, come abbiamo detto più volte, è qualcosa di vivo, che è interpellato dalla storia, cioè dall’insieme delle vicende umane dei suoi cittadini.

GZ: Dunque, tu dici che la democrazia deve potersi difendere. Come si potrebbe non essere d’accordo? Pensare il contrario, equivarrebbe a non credere nella democrazia. Anzi: non solo la democrazia, ma lo Stato come tale e quindi anche lo Stato democratico. Il monopolio della forza legittima che i cittadini gli concedono per evitare il disordine, la guerra di tutti contro tutti, ha come corrispettivo che lo Stato stesso usi la forza che ha ricevuto per garantire la sicurezza della vita di coloro che gli si affidano per cercare protezione. Sono nozioni elementari. Ma lo Stato democratico si trova in questa situazione: che per essere democratico, incontra limiti all’uso della forza, e questi limiti lo possono rendere inetto. Insomma: per essere ancora se stesso, deve correre il rischio di non essere più. Per difendere la democrazia dai suoi nemici, si può sospendere la democrazia? È la questione dello «stato d’eccezione», della sospensione dei diritti, della concentrazione dei poteri, dell’azione senza controlli, del segreto di Stato, della separazione degli «amici» dai «nemici».

EM: Ecco il punto: proprio per sconfiggere la barbarie, distinguendosene, la democrazia secondo me deve difendersi restando se stessa e dunque mai abdicando a quei principî di diritto e di salvaguardia dei diritti, di rispetto delle regole e delle istituzioni che la caratterizzano, le danno forma e sostanza, e la distinguono da altri sistemi. Bene, quest’esigenza, quest’obbligo di cui abbiamo preso coscienza quarant’anni fa con il terrorismo domestico è ritornato davanti a noi con il terrorismo internazionale. Anche qui, quando è minacciata, la democrazia ha il diritto di difendersi, e questo diritto diventa l’esercizio di un dovere davanti ai suoi cittadini in cerca di tutela. Aggiungo quel che ho scritto più volte: so che è controverso, ma a mio parere la democrazia deve difendersi e deve difendere i suoi valori con ogni mezzo, anche con il mezzo estremo e per lei contro-natura della guerra, e se necessario persino con la contraddizione della guerra preventiva, quando non esistano altri strumenti di prevenzione. Ma vige sempre l’obbligo per la democrazia di non trasformarsi per legittima difesa in qualcosa di diverso, finendo per assomigliare alla caricatura deforme che ne fanno i suoi nemici. Vale il diritto, anche sotto attacco, valgono i diritti, anche in emergenza. Le istituzioni di garanzia non si possono bypassare, il diritto internazionale va rispettato.

GZ: Queste tue considerazioni ci portano in un territorio dove i ragionamenti, invece che fare chiarezza, confondono le idee. La democrazia è il regime della regolarità: presuppone diritti di cui tutti possano disporre normalmente; ha le sue procedure che devono funzionare ordinariamente; ha i suoi mezzi d’intervento in situazioni normali. Ora, sei d’accordo con me nel riconoscere che la più anormale delle situazioni è la guerra. Dici che è «contro-natura». Non si può non concordare. Noi abbiamo una Costituzione in cui è scritto il «ripudio della guerra» (articolo 11): un’espressione molto forte che si spiega non solo per le diecine di milioni di morti la cui ombra pesava sui lavori della Costituente (Dossetti ha scritto che questo peso e l’esigenza del «mai più» furono la convinzione comune che rese possibile l’accordo tra partiti pur così lontani ideologicamente), ma si spiega anche perché la guerra è in sé la negazione della democrazia. È forza scatenata. La guerra libera la violenza, anche quella più turpe, sia contro i nemici esterni (i detenuti in carceri speciali o in «campi» come ad esempio Abu Ghraib o Guantanamo), sia contro gli interni (i «disfattisti»). Non è facile fare la guerra e tenere sotto controllo queste aberrazioni. Coloro che esaltano la guerra come lavacro morale delle nazioni, esaltazione dei buoni sentimenti e della solidarietà, non sanno quello che dicono. Dunque: no alla guerra. Questo dice la teoria e l’esperienza. Ma… Qui, appunto, i ragionamenti incontrano il loro limite. Tu non devi fare guerra. Chiaro. Ma se qualcun altro la fa o la sta preparando contro di te, e con mezzi bellici terribili e definitivi? E se qualcuno usa la violenza contro altri per opprimerli o sterminarli e questi ti chiedono aiuto? Nessuno, credo, negherebbe il diritto alla legittima difesa e nemmeno la Costituzione, in questi casi, lo esclude. Anche i pacifisti più rigorosi non lo negano. Negano invece l’efficacia della violenza per vincere la violenza e propongono mezzi diversi, non violenti. Ma qui siamo nel campo dei convincimenti che si mescolano alle fedi. Per questo, dicevo, i ragionamenti sono inconcludenti. D’altra parte, tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?

EM: Sì, mi pare che si possa dire così. Non è forse una macchia indelebile l’atteggiamento attendista, per non dir di più, che gli Alleati tennero nei confronti della Germania nazista, al tempo dello sterminio degli ebrei, una macchia che si cerca di scolorire dicendo: non sapevamo?

GZ: Però, sappiamo anche quanta ipocrisia possa esserci nelle «guerre preventive», nelle «guerre umanitarie». Sappiamo che possono coprire i più ignobili interessi, politici ed economici. Possono perfino essere occasioni per la sperimentazione in grande stile della tecnologia bellica.

EM: Occorre allora moltiplicare le cautele e i controlli. In concreto: dopo l’11 settembre la risposta politico-militare in Afghanistan ha seguito questo percorso. La guerra in Iraq no. Per questo era sbagliata, anche se ha portato alla liberazione dal dittatore…

GZ: …e le modalità della sua cattura e impiccagione mi sono sembrate una inutile e rivoltante crudeltà, tanto più in quanto mossa dalla nostra civiltà.

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