Gli intellettuali anticomunisti che credettero in Berlusconi

La spietata critica di oggi di Pigi Battista racconta molto dell'eccessivo credito dato al berlusconismo

Pierluigi Battista, commentatore del Corriere della Sera e abitualmente severo critico della sinistra italiana, oggi ha scritto un articolo che distrugge la storia e la politica del PdL, descrivendo con grande accuratezza ciascuno dei suoi fallimenti. Ma l’articolo è interessante per un più esteso motivo di dibattito, che è: quanto delle promesse che oggi Battista dice deluse era realmente plausibile diciassette anni fa quando arrivò Silvio Berlusconi, e quanto fu invece un miope investimento di parte degli intellettuali italiani che misero su spalle palesemente inette il loro desiderio di una politica di centrodestra moderna? Quel desiderio era senz’altro legittimo, ma poteva davvero crescere intorno al nuovo partito di Berlusconi? Al Post pensiamo di no, ma la discussione – stando alla larga dagli autocompiacimenti del “se ne accorgono ora?” e “io l’avevo capito subito” – deve servire a capire quanto sia pesato l’accecamento anticomunista di parte degli intellettuali italiani (e quanto pesi ancora oggi il fastidio per “una certa sinistra”) nel far loro guardare con favore e indulgenza un progetto la cui mediocrità e inaffidabilità è tutta descritta oggi da Battista.

Chi si stupisce dei «toni» sconsideratamente aggressivi delle (perdenti) campagne elettorali del centrodestra non riesce ad ammettere che proprio questo è diventato il centrodestra al termine di una lunga e inarrestabile mutazione genetica. L’immagine del suo stato maggiore con il bavero traboccante di onorificenze di regime sta oramai allo «spirito del ’ 94» come le parate dei papaveri della gerontocrazia castrista all’Avana stanno alla generosa e scalcagnata epopea dei barbudos combattenti nella Sierra Maestra. Ogni afflato liberista si è spento nei dogmi di un neo-statalismo invasivo, dirigista, sfrenatamente spartitorio. Le invettive surreali di Giovanardi contro i «femminielli» e la pubblicità pro-gay dell’Ikea hanno seppellito ogni residuo libertario. L’estromissione del reprobo Fini decretata in una riunione estiva a porte chiuse da un’oligarchia frettolosamente convocata nella residenza del Capo, ha posto una pietra tombale su ogni traccia di spirito liberale. La rivolta contro le tasse ha perso gli artigli: ora l’obiettivo non è la drastica e liberatoria diminuzione del carico fiscale, ma il decentramento (il «federalismo fiscale» ) degli esattori che esigono tributi altrettanto esosi. La guerra culturale contro l’egemonia della sinistra si è irrigidita nell’istituzione di kommissioni governative appositamente concepite per la censura preventiva dei libri scolastici o nella promozione di fiction televisive sul Barbarossa sanamente disertate al botteghino. «Liberalizzazione» è diventata una brutta parola, la «privatizzazione» addirittura un difetto attribuito alla sinistra. Il garantismo è solo per uno, o per i pochi che si stringono attorno all’uno. Per il resto, giustizialismo feroce, speranza nella demolizione giudiziaria del nemico, devastazione dell’altrui privatezza proprio quando si invoca, giustamente, il principio della riservatezza e si denuncia l’irruzione dello Stato nella privacy.

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(foto Mauro Scrobogna – Lapresse)