Perché David Foster Wallace è così famoso?

Slate spiega il vero motivo del successo dell'autore americano morto suicida nel 2008

La settimana scorsa negli Stati Uniti è uscito The Pale King, opera postuma di David Foster Wallace. Era probabilmente dalla pubblicazione di “L’originale di Laura” di Nabokov che un romanzo postumo non suscitava così tanta attenzione a livello mondiale. «Il suicidio di David», ha detto sua moglie in una lunghissima intervista al Guardian pochi giorni fa «lo ha trasformato in quel tipo di celebrità letteraria che lo avrebbe fatto rabbrividire». Nathan Eller ha provato a spiegare su Slate come sia successo.

Non è chiaro a prima vista come David Foster Wallace abbia raggiunto questo livello di stima. La sua prosa lunga, scivolosa, dolorosa e schietta si contraddistingue soprattutto per i suoi dirupi e le sue difficoltà. Un lettore che scoprisse per la prima volta il David Foster Wallace maturo incontrerebbe una prosa non lineare, una patina di argomentazioni accademiche e una massa di lunge digressioni a piè di pagina. Molte cose dello stile e dei temi di DFW lasciavano presagire un grande successo di critica, ma quasi niente lasciava presagire una tale popolarità. Perché ha conquistato quel tipo di credito che di solito segue gli scrittori di genere e i maestri canonizzati?

La risposta ha poco a che fare con le cose per cui DFW è più conosciuto – le decorazioni cerebrali e gli zig-zag stilistici – e molto a che fare invece con un tratto del suo lavoro che è solo più sottilmente distinguibile. Nel corso della sua carriera Wallace è andato alla ricerca di una sensibilità umana sulla pagina, un progetto che più che avere a che fare con gli arcani stilistici intellettuali mira a superarli e a scrivere di logiche sociali che non dipendono da forme o da allenamento. Leggere le opere del DFW maturo significa vedere i pensieri giudicati, fatti a pezzi e infine ricondotti a idee basilari sulla vita. Facendo questo, ha canalizzato un appetito peculiare della sua generazione. La sua ascesa ha coinciso con un’impennata nell’educazione che ha spinto come mai prima sempre più giovani adulti a entrare a far parte di un mondo raccontato attraverso un pensiero sistematico ma incerto su come vivere umanamente in un’epoca pluralistica e secolarizzata.

Il suo stile però non è sempre stato questo, continua Eller. Wallace ha iniziato come quel genere di scrittore che poi più tardi è arrivato a detestare: presuntuoso, imitativo e impantanato in pensieri formalizzati. Il suo primo romanzo, La scopa del sistema, è quello che più di ogni altro rappresenta questo stile.

“La scopa del sistema” è debitore della vecchia generazione degli scrittori postmoderni: che si divertivano a usare nomi assurdi (Wang-Dang Lang), a prendere in giro i tratti consumistici del mondo moderno (la fabbricazione di cibo per bambini) e a usare alte dosi di surrealismo. Questo lavoro lo trovava intrappolato nel tentativo di trovare un senso al mondo in cui viveva categorizzando, appiccicando etichette e analizzando.

Le cose inizieranno a cambiare solo con Infinite Jest, il suo capolavoro. È lì che DFW getta le basi per il passaggio a uno stile profondamente diverso, in cui ogni punto di rottura della prosa disegna un modo diverso di guardare a una scena o a un problema. Come lo definì lui stesso: «una rappresentazione strutturale del modo in cui il mondo opera sulle mie terminazioni nervose». Se l’obiettivo della struttura del romanzo è rintracciabile – e questa resta una domanda aperta, continua Eller – può essere definito un’illustrazione dello sforzo di creare un arco narrativo attraverso diversi piani di esperienza e diversi sistemi di pensiero.

Da quel momento in poi, uno dei temi centrali della prosa di DFW diventerà la crisi del pluralismo contemporaneo: come sviluppare un pensiero intelligente e onesto sul mondo quando il mondo è pieno di persone oneste e intelligenti che aderiscono a scuole di pensiero inconciliabili. Queste lezioni di etica umana, più che la sua prosa o satira, sono ciò che ha posto le basi per la recente venerazione di DFW. Entrambe le sue opere non-fiction pubblicate postume – la sua tesi in filosofia modale e il suo discorso del 2005 all’Università di Kenyon – pretendono di essere validi come affermazioni di leadership umana.

Wallace non sarebbe stato in grado di fare pronunciamenti di quel tipo e di essere preso così sul serio da migliaia di lettori iper-educati e iper-consapevoli se non si fosse guadagnato una levatura intellettuale di questo tipo. Ha illuminato un sentiero che nessun altro scrittore della sua generazione è riuscito a illuminare così brillantemente. Wallace era lo scrittore del ventunesimo secolo che insegnava ai lettori a sentire, lo scrittore che insegnava come era possibile vivere umanamente senza per questo dover tradire una educazione pesantemente critica. Anche se non eri un fan di Wallace, è molto difficile non essere colpito dal suo suicidio. Più di molte altre persone, DFW sembrava vedere la vita moderna, in tutte le sue parti inconciliabili, stare insieme. È spaventoso realizzare che il mondo in cui non riusciva più a vivere è ora diventato il nostro.

 

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