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  • giovedì 10 Marzo 2011

Good morning Pyongyang

Un piccolo gruppo di media coreani e giapponesi prova ad aggirare la strettissima censura della Corea del Nord

C’è un piccolo e ignoto gruppo di media indipendenti che prova a forzare il blocco delle informazioni a cui sono condannati i circa venticinque milioni di abitanti della Corea del Nord, uno dei regimi più chiusi del mondo. Che il governo della Corea del Nord non tenga particolarmente alla comunicazione è sufficientemente noto: ma se ne ha conferma visitando lo scarno sito dell’unica agenzia di stampa del paese, la KCNA (Korean Central News Agency), che ha i server in Giappone.

Come racconta l’Atlantic di questo mese, un gruppo di attivisti giapponesi e sudcoreani, insieme ad alcuni fuoriusciti dal paese, lavora a partire dal 2004 allo scambio di informazioni con la popolazione della Corea del Nord, con il duplice scopo di fare arrivare notizie dall’esterno e di sapere qualcosa di più dal territorio di uno dei paesi con la censura più stretta del mondo. Tra gli scopi più ambiziosi e rischiosi del gruppo c’è la creazione di una rete di citizen journalists nella Corea del Nord. Il loro lavoro è illegale e rischiosissimo ma sta producendo i primi risultati, facendo trapelare immagini, video e notizie. Lo scorso dicembre Open Radio North Korea ha reso nota la storia di un treno con doni dalla Cina diretti a Kim Jong Un, l’erede designato alla guida del paese, che è stato sabotato: raccontando così uno degli sporadici atti di resistenza che solitamente restano sconosciuti al resto del mondo.

Al confine tra la Cina e la Corea del Nord, alcuni responsabili di queste iniziative reclutano collaboratori che passano il confine per motivi più o meno legali e li istruiscono sull’uso dei computer e delle telecamere che forniscono per registrare le condizioni di vita del paese. Il giapponese Ishimaru Jiro, membro del gruppo di giornalisti freelance Asia Press International, fornì nel 1998 a Ahn Chul una videocamera nascosta in una borsa e tre mesi dopo ottenne immagini scioccanti sulla carestia che stava colpendo il paese. Ora ha un piccolo gruppo di reporter che incontra ogni qualche mese e che gli forniscono materiale. I nordcoreani che accettano di collaborare vanno incontro a rischi grandissimi: lo scorso gennaio due operai sono stati giustiziati pubblicamente perché sorpresi mentre telefonavano in Corea del Sud, comunicando il prezzo del grano nella loro provincia. Altre volte, invece, l’estrema povertà e la corruzione hanno aiutato a risolvere situazioni difficili: il rilascio di un corrispondente che attraversava il confine verso la Cina, portando con sè la registrazione di colloqui con ufficiali di partito nordcoreani, è stato ottenuto attraverso il pagamento di un riscatto a una guardia di confine.

Fino a pochi anni fa, anche il piccolo numero di informazioni che filtrano oggi dalla Corea del Nord era impensabile. Ma con il collasso dell’Unione Sovietica, il paese ha perso un sostegno economico e commerciale di vitale importanza. Ad aggravare la situazione, una serie di inondazioni ha portato alla grande carestia di metà anni Novanta che, secondo alcune stime, avrebbe causato circa un milione di morti, il 5% della popolazione. Il numero di persone che ha cercato di fuggire dal paese, in massima parte per dirigersi in Sud Corea attraverso la Cina, è cresciuto di dieci volte tra il 1998 e il 2002. Dopo la morte di Kim Il Sung nel 1994, a cui la retorica del regime attribuisce poteri taumaturgici e che la Costituzione della Corea del Nord dichiara “presidente eterno” del paese, un accenno di libero mercato ha cominciato a svilupparsi nel paese, essenzialmente con la vendita di prodotti agricoli da parte di piccoli coltivatori. A fianco del cibo, i piccoli mercati ai margini della legalità hanno iniziato a vendere quantità di oggetti elettronici usati provenienti dalla Cina, soprattutto lettori di cd video e walkman. La loro diffusione ha fornito alla popolazione un mezzo per accedere alle trasmissioni radio estere e illegali.

In Corea del Nord il possesso di computer è formalmente permesso, mentre le stampanti, ritenute di maggior potenziale sovversivo, subiscono più restrizioni: e mandare un fax richiede un’autorizzazione difficile da ottenere. L’accesso a Internet è limitato a poche centinaia di ricercatori e membri del regime, mentre il resto della popolazione si deve accontentare della rete intranet Kwangmyong (“Stella Lucente”), che offre un rudimentale servizio di e-mail e l’accesso alle news e ai documenti ufficiali del regime. Attiva dal 2000, è raggiungibile solo da siti governativi e dal centinaio di internet caffè della capitale.

Il mezzo comunicazione principale in Corea del Nord è quindi ancora la radio, e in questo settore si concentra l’attività dei media “sovversivi”. Più che mostrare ai cittadini nordcoreani le violazioni dei diritti umani, di cui i nordcoreani sono ben consapevoli, le radio come Open Radio North Korea, NK Reform Radio e Free North Korea Radio si concentrano sulle storie più care alla propaganda nazionale per mostrare alla popolazione, attraverso radiodrammi a puntate e interviste, la falsità delle leggende che circondano la dinastia Kim. I nordcoreani sono scossi dall’apprendere che il padre della patria, Kim Il Sung, nacque in Cina e non sul leggendario monte Paektu. In una società largamente rurale e conservatrice fanno molto scalpore anche le storie dei figli avuti da Kim Il Sung al di fuori del matrimonio, e non devono passare inosservati drammi radiofonici dal titolo Che cosa mangiava Kim Jong Il durante la carestia?
Ricerche sui fuoriusciti dal paese, come quella condotta da Stephan Haggard e Marcus Noland (autori di un libro sulla carestia in Corea del Nord e tra i massimi esperti del paese), sembrano mostrare che il mix di notizie ed intrattenimento ha effetto sulla popolazione. Lo stesso fondatore di Free North Korea Radio era fuggito dal paese poco dopo aver ascoltato, su uno degli apparecchi che aveva confiscato come ufficiale della propaganda, un programma radio sudcoreano che sfatava i miti sulla famiglia Kim.

A fine anni ’70, per motivi poco chiari, la Corea del Nord rapì un numero imprecisato di giapponesi dai parchi e dalle spiagge del loro paese, per portarli a Pyongyang. Nel 2002, Kim Jong Il confessò al premier giapponese Koizumi il rapimento di tredici giapponesi, cinque dei quali ancora in vita (e prontamente restituiti alla madrepatria). Fin dall’inizio dei rapimenti, la “Commissione di indagine sui giapponesi scomparsi probabilmente collegati alla Corea del Nord” (COMJAN) invia verso la Corea del Nord notizie e programmi nella convinzione che il numero dei rapiti sia maggiore di quello riconosciuto dal governo del Giappone, e nella speranza di raggiungerli. Oltre ai cinque giapponesi rilasciati nel 2002, non si ha alcuna notizia di altri rapiti che vivano in Corea del Nord, ma il direttore del COMJAN, Araki Kazuhiro, sostiene che i rapimenti continuino ancora oggi e che essi siano stati più di quattrocento. Kazuhiro ha mai avuto alcuna prova che nessuno abbia mai ascoltato la sua trasmissione, ma due volte al giorno legge il suo notiziario in coreano. Periodicamente il regime nordcoreano capta il segnale e lo disturba, ma l’emittente cambia frequenza e continua le sue trasmissioni.