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  • martedì 1 Marzo 2011

Facciamo che io ero un kamikaze

Un video amatoriale mostra un gruppo di sei bambini di etnia pashtun che giocano a fare i kamikaze

Nello Swat molte scuole hanno allestito rappresentazioni teatrali ispirate alla guerra

C’è un video che sta facendo molto discutere in rete in questi giorni. È stato girato al confine tra il Pakistan e l’Afganistan e mostra un gruppo di sei bambini di etnia pashtun che giocano a fare i kamikaze. I bambini sono in fila indiana e salutano uno dopo l’altro il loro compagno jihadista prima della sua partenza. Alcuni trattengono a stento le risate, altri invece sono molto seri e concentrati. Il bambino-kamikaze si allontana e dopo pochi passi finge di farsi esplodere davanti a un posto di blocco. Nelle immagini si vede il bambino che salta e poi ricade a terra fingendosi morto insieme ad altri bambini che impersonano alcuni militari che avevano cercato invano di fermarlo. Subito dopo i suoi compagni lo raggiungono per esaminare quello che resta dell’esplosione.
https://www.youtube.com/watch?v=g_xoyosKy3w

Le immagini non sono le prime di questo genere che arrivano dal Medio Oriente e hanno scatenato un dibattito molto acceso tra chi ha apprezzato l’innocua leggerezza con cui i bambini partecipano a questo gioco, come se si trattasse soltanto di un modo per esorcizzare le violenze che hanno davanti agli occhi ogni giorno, e chi invece se ne preoccupa per i rischi che lascia intravedere per il futuro. «È orribile e allarmante. Questi bambini sono affascinati dai kamikaze e se imparano a glorificare la violenza ora, potranno diventarne protagonisti dopo», ha detto Salma Jafar dell’organizzazione umanitaria Save the Children. Le origini del video amatoriale, che è stato pubblicato su Youtube circa una settimana fa, non sono ancora chiare. Ashan Masood, un pashtun del Waziristan che di lavoro fa il camionista e che per primo l’ha pubblicato su Facebook, ha detto di averlo ricevuto da un amico che lo avrebbe girato con un telefonino nella zona di Khost, in Afghanistan. «Mi sembrava fosse divertente», si è giustificato.

Non è un mistero che in moltissimi luoghi del Medio Oriente i kamikaze – anzi, i “martiri” – siano onorati e glorificati. E quello del rapporto tra bambini e talebani è uno degli aspetti più controversi della vita al confine tra Afghanistan e Pakistan. Nel 2007, un video girato da un gruppo di talebani nel Balochistan, una provincia occidentale del Pakistan, mostrava un ragazzo mentre decapitava un occidentale accusato di essere una spia americana. Durante la crisi della Moschea Rossa a Islamabad, nel 2007, moltissime madri vestirono i loro figli da attentatori suicidi. E nelle regioni dello Swat e del Waziristan, i talebani continuano ad arruolare centinaia di bambini per trasformarli in futuri jihadisti. Dall’altra parte, anche i bambini che non finiscono preda dei talebani sono comunque segnati dalla presenza costante della guerra. La settimana scorsa, un ragazzo pakistano di quindici anni ha perso un occhio e una gamba in seguito all’attacco di un drone americano. E molto spesso le offensive militari pakistane contro i villaggi in cui si ritiene si nascondano i talebani finiscono per uccidere centinaia di civili, tra cui anche molti bambini.

Di solito quando si parla della diffusione dell’estremismo tra i bambini si punta il dito contro le madras, le scuole islamiche radicali che educano i loro allievi secondo i principi dello jihad. Ma quello che accade sempre più spesso in queste regioni è che i bambini tendono semplicemente a riprodurre nei loro giochi quello che vedono accadere intorno a sé. Secondo alcuni questa tendenza potrebbe anche avere una funzione positiva: nello Swat, di cui le forze NATO presero il controllo nel 2009 dopo una lunga battaglia con i talebani, molte scuole hanno deciso di allestire rappresentazioni teatrali ispirate agli eventi di quei giorni proprio per cercare di far superare ai bambini i traumi vissuti.