Matteo Renzi: I quattro tabù della sinistra

Un capitolo di "Fuori!", il libro di Matteo Renzi uscito oggi

di Matteo Renzi

Torno invece alla domanda da cui siamo partiti: come può oggi la politica rispondere alle sfide dell’economia? Metto da parte le ricette, quelle le lascio agli economisti di professione. Del resto non ci vuole un Nobel per capire che il sistema degli ammortizzatori sociali italiani va cambiato: la cassa integrazione per come la conosciamo noi è un’anomalia e, superata la contingenza, credo sia ineludibile il problema di come costruire una rete di protezioni diverse da quella che ha caratterizzato l’Italia per quasi tutto il dopoguerra. Non bisogna aver studiato alla Bocconi per sapere che l’allungamento dell’età media è un bene. «Invecchiare non è granché» diceva Woody Allen «ma è sempre meglio dell’alternativa.» Il fatto che oggi si viva più a lungo e si stia meglio che in passato è cosa di cui gioire, anche se pone al governo centrale – e pure alle amministrazioni locali – nuovi problemi e nuove sfide sul terreno dell’assistenza sociosanitaria. In ogni caso, se non mettiamo mano a una riforma seria delle pensioni il giochino salta.

Facendo zapping troverai sempre qualche dirigente sindacale che grida nel talk-show di turno: «Non toccate le pensioni!». Mi verrebbe da rispondergli: «La mia generazione non le toccherà di sicuro. Non le sfiorerà nemmeno, se non ci decidiamo a cambiare i parametri». Non abbiamo più lavoratori precari degli altri Paesi europei. Siamo nella media dell’Eurozona, più o meno alla pari con il colosso tedesco e con i francesi. Abbiamo però il record di quelli che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico chiama «lavoratori scoraggiati», vale a dire disoccupati di lunga durata che rinunciano alla ricerca di un’occupazione. È un dato impressionante: i lavoratori scoraggiati nella media dell’Europa a quindici stanno ampiamente sotto l’un per cento ma in Italia sono quattro volte di più, segno di una sfiducia nel sistema Paese. Questo è il dato più drammatico. È un problema che va combattuto anche con un investimento comunicativo sulla visione dell’Italia che vogliamo immaginare. Oltre che con una profonda riorganizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali.

Dunque, dobbiamo investire sul nostro domani. Sull’Italia che vogliamo con idee piccole ma concrete. Senza un’infrastruttura Paese degna di questo nome, ogni sforzo di iniziativa economica sarà frustrato e frustrante. L’infrastruttura necessaria è quella fisica – che coinvolge strade, ferrovie, aeroporti, piattaforme logistiche – ma è anche e soprattutto quella virtuale, a partire dalla banda larga. Ma possiamo allargare lo sguardo. Se la giustizia civile non dà tempi certi, le aziende straniere non investono. Se l’università si preoccupa dei baroni e non della possibilità di creare impresa, la qualità della nostra economia peggiora. Se le città non sono vivibili e i servizi culturali non sono all’altezza, l’appeal di un territorio perde punti e i migliori cervelli scelgono di vivere (e dunque di lavorare) altrove. Se la burocrazia diventa un labirinto la vita quotidiana si fa più difficile. Se volete è il festival delle frasi fatte: ma quando diventerà il festival delle cose fatte saremo un Paese più dinamico e attrattivo. […]

I mutamenti economici mi appassionano soprattutto per la mia formazione di uomo di centrosinistra. Se vogliamo essere seri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che ci sono dei tabù da infrangere. E se non lo facciamo adesso, non lo faremo più.

Non dimentichiamo che se c’è una parte dell’Italia che continua a guardarci con sospetto è anche perché in questo campo giochiamo di rimessa, siamo spesso impauriti, e di conseguenza poco convincenti. Dobbiamo sfatare questi tabù in nome dell’onestà intellettuale e dell’apertura al cambiamento, per non entrare nel futuro con il calesse. E lo dovremo fare noi visto che nell’altra parte, l’attuale maggioranza di centrodestra, l’unica cosa che sanno ripetere è che grazie all’impegno dell’esecutivo «non abbiamo fatto la fine della Grecia.» Perfetto. Ma mi sembra un po’ riduttivo che l’unico sogno che possiamo avere sia quello di evitare il rischio ellenico. Per carità, bene così, ma possiamo avere anche ambizioni più significative che fare meglio di Atene, in economia.

Primo tabù da combattere. La frase, spesso ripetuta e quasi sempre praticata, per cui «il sindacato ha sempre ragione.» Balla, balla spaziale. Il sindacato fa il suo mestiere, più o meno bene. Oggi le varie sigle hanno lo stesso problema di rappresentanza che viene contestato ai partiti o alle associazioni di categoria. Però hanno meccanismi di iscrizione e di rendicontazione del bilancio (finché reggono) che consentono loro di essere forti anche se sono poco rappresentativi. Abbiamo il dovere di liberarci dal riflesso condizionato per cui prima di dire la nostra sulle questioni economiche aspettiamo il comunicato delle rappresentanze dei lavoratori.

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