• di Matteo Renzi
  • Politica
  • Giovedì 17 febbraio 2011

Matteo Renzi: I quattro tabù della sinistra

Un capitolo di "Fuori!", il libro di Matteo Renzi uscito oggi

di Matteo Renzi

Torno invece alla domanda da cui siamo partiti: come può oggi la politica rispondere alle sfide dell’economia? Metto da parte le ricette, quelle le lascio agli economisti di professione. Del resto non ci vuole un Nobel per capire che il sistema degli ammortizzatori sociali italiani va cambiato: la cassa integrazione per come la conosciamo noi è un’anomalia e, superata la contingenza, credo sia ineludibile il problema di come costruire una rete di protezioni diverse da quella che ha caratterizzato l’Italia per quasi tutto il dopoguerra. Non bisogna aver studiato alla Bocconi per sapere che l’allungamento dell’età media è un bene. «Invecchiare non è granché» diceva Woody Allen «ma è sempre meglio dell’alternativa.» Il fatto che oggi si viva più a lungo e si stia meglio che in passato è cosa di cui gioire, anche se pone al governo centrale – e pure alle amministrazioni locali – nuovi problemi e nuove sfide sul terreno dell’assistenza sociosanitaria. In ogni caso, se non mettiamo mano a una riforma seria delle pensioni il giochino salta.

Facendo zapping troverai sempre qualche dirigente sindacale che grida nel talk-show di turno: «Non toccate le pensioni!». Mi verrebbe da rispondergli: «La mia generazione non le toccherà di sicuro. Non le sfiorerà nemmeno, se non ci decidiamo a cambiare i parametri». Non abbiamo più lavoratori precari degli altri Paesi europei. Siamo nella media dell’Eurozona, più o meno alla pari con il colosso tedesco e con i francesi. Abbiamo però il record di quelli che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico chiama «lavoratori scoraggiati», vale a dire disoccupati di lunga durata che rinunciano alla ricerca di un’occupazione. È un dato impressionante: i lavoratori scoraggiati nella media dell’Europa a quindici stanno ampiamente sotto l’un per cento ma in Italia sono quattro volte di più, segno di una sfiducia nel sistema Paese. Questo è il dato più drammatico. È un problema che va combattuto anche con un investimento comunicativo sulla visione dell’Italia che vogliamo immaginare. Oltre che con una profonda riorganizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali.

Dunque, dobbiamo investire sul nostro domani. Sull’Italia che vogliamo con idee piccole ma concrete. Senza un’infrastruttura Paese degna di questo nome, ogni sforzo di iniziativa economica sarà frustrato e frustrante. L’infrastruttura necessaria è quella fisica – che coinvolge strade, ferrovie, aeroporti, piattaforme logistiche – ma è anche e soprattutto quella virtuale, a partire dalla banda larga. Ma possiamo allargare lo sguardo. Se la giustizia civile non dà tempi certi, le aziende straniere non investono. Se l’università si preoccupa dei baroni e non della possibilità di creare impresa, la qualità della nostra economia peggiora. Se le città non sono vivibili e i servizi culturali non sono all’altezza, l’appeal di un territorio perde punti e i migliori cervelli scelgono di vivere (e dunque di lavorare) altrove. Se la burocrazia diventa un labirinto la vita quotidiana si fa più difficile. Se volete è il festival delle frasi fatte: ma quando diventerà il festival delle cose fatte saremo un Paese più dinamico e attrattivo. […]

I mutamenti economici mi appassionano soprattutto per la mia formazione di uomo di centrosinistra. Se vogliamo essere seri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che ci sono dei tabù da infrangere. E se non lo facciamo adesso, non lo faremo più.

Non dimentichiamo che se c’è una parte dell’Italia che continua a guardarci con sospetto è anche perché in questo campo giochiamo di rimessa, siamo spesso impauriti, e di conseguenza poco convincenti. Dobbiamo sfatare questi tabù in nome dell’onestà intellettuale e dell’apertura al cambiamento, per non entrare nel futuro con il calesse. E lo dovremo fare noi visto che nell’altra parte, l’attuale maggioranza di centrodestra, l’unica cosa che sanno ripetere è che grazie all’impegno dell’esecutivo «non abbiamo fatto la fine della Grecia.» Perfetto. Ma mi sembra un po’ riduttivo che l’unico sogno che possiamo avere sia quello di evitare il rischio ellenico. Per carità, bene così, ma possiamo avere anche ambizioni più significative che fare meglio di Atene, in economia.

Primo tabù da combattere. La frase, spesso ripetuta e quasi sempre praticata, per cui «il sindacato ha sempre ragione.» Balla, balla spaziale. Il sindacato fa il suo mestiere, più o meno bene. Oggi le varie sigle hanno lo stesso problema di rappresentanza che viene contestato ai partiti o alle associazioni di categoria. Però hanno meccanismi di iscrizione e di rendicontazione del bilancio (finché reggono) che consentono loro di essere forti anche se sono poco rappresentativi. Abbiamo il dovere di liberarci dal riflesso condizionato per cui prima di dire la nostra sulle questioni economiche aspettiamo il comunicato delle rappresentanze dei lavoratori.


Sono stato molto criticato per aver preso posizione a favore di Marchionne in occasione del recente referendum Fiat a Mirafiori sul contratto siglato da tutti i sindacati con l’eccezione della Fiom-Cgil e dei Cobas. Non tocca alla politica schierarsi nei referendum ma quella vicenda andava oltre il singolo contratto. Si trattava di confermare un investimento di oltre un miliardo di euro su Mirafiori, investimento che altrimenti sarebbe stato effettuato fuori dal nostro Paese. Sul progetto di Marchionne oggi scommette il governo americano con l’alleanza Fiat-Chrysler. Barack Obama in persona ha voluto visitare lo stabilimento di Detroit insieme a Marchionne. E le condizioni di lotta all’assenteismo contenute in quell’accordo sono molto meno rigide della nuova normativa spagnola approvata da quel pericoloso reazionario di Zapatero nel dicembre 2010. In Italia invece chi si è schierato a favore di quell’investimento, a partire dal sindaco di Torino Chiamparino, preoccupato di perdere una gigantesca opportunità per la propria gente, è stato etichettato come traditore della sinistra. Confesso. Io non amo le auto Fiat. Come presidente della Provincia avevo una Cinquecento, ma la mia auto privata è una Volkswagen, mentre l’auto di servizio in Comune, quella che si chiama in gergo auto blu, è una Toyota ibrida. Penso che se il gruppo torinese azzeccasse qualche buona macchina in più sarebbe un bene per tutti. Vorrei che si scrivesse con più chiarezza la storia italiana di questi decenni in cui i vertici del gruppo di Torino hanno spesso privatizzato gli utili e pubblicizzato le perdite attraverso il ricorso sistematico alla cassa integrazione. Credo che le relazioni sindacali debbano cambiare e che lo sforzo in questo senso debba essere fatto da entrambe le parti: il modello che io immagino è quello tedesco che consente a quel Paese di essere leader in competitività e produttività. Mi piacerebbe che il gruppo Fiat dicesse qualcosa di più chiaro sul mercato asiatico e anche sul grado di convinzione dell’investimento nell’elettrico. Di Marchionne, infine, non mi piacciono neanche i golfini: considerazione priva di particolare valore economico, ma utile forse per dire che non soffro di particolari sindromi di Stoccolma o di culto della personalità.

Detto questo, in presenza di un progetto per il quale finalmente la Fiat scommette su Mirafiori, non riconoscere l’importanza dell’investimento significa farsi del male da soli. Mi scrivono alcuni amici sulla bacheca di Facebook: «Con la tua presa di posizione hai rottamato decenni di conquiste sindacali e tutti i diritti dei lavoratori». Prego? Eh? Ma di cosa stiamo chiacchierando, scusate? Io voglio parlare dei diritti dei lavoratori, sempre. Dei lavoratori garantiti dal sindacato e di quelli che stanno fuori dalle attenzioni delle nostre sigle, con gli iscritti che sono ormai in maggioranza pensionati (peraltro, nessuno riflette su questo dato sconvolgente). Vorrei parlare della durata della pausa pranzo e di chi la pausa pranzo neanche sa cos’è. Vorrei parlare dell’assenteismo e dei tanti che non si possono ammalare perché altrimenti perdono tutto. Di quelle donne che hanno firmato una lettera di dimissioni in bianco nell’eventualità che rimangano incinte, pratica disumana ancora diffusa in Italia. Di quelli che firmano la rinuncia alla tredicesima, anche se non si potrebbe, e di quelle aziende di cento o duecento dipendenti – ne conosco io stesso diverse – nelle quali il sindacato non riesce a entrare non perché non lo vuole il padrone, ma perché non lo vogliono gli operai. Penso ad alcune aziende in cui per mettersi d’accordo si prende il caffè alla macchinetta e poi si mantiene la parola data sempre, perché tutti, tutti insieme, si lavora nella stessa direzione. Sono sempre di più, anche nella rossa Toscana. Fossi un sindacalista ci farei un pensierino.

Quando il mio partito dice di voler essere il partito del lavoro dice una cosa bella e rassicurante. Bene, bravi, bis. Ma di quale lavoro stiamo parlando? Se al Nord gli operai votano Pdl come primo partito e noi ce la giochiamo sul filo dei sondaggi con la Lega per la medaglia d’argento, qualcosa vorrà pur dire. Il modello fordista dell’occupazione è sufficiente a capire la direzione verso la quale ci stiamo muovendo? E visto che vogliamo essere il partito del lavoro, perché non mettiamo mano – anche a livello locale – a una gigantesca riforma del sistema della formazione professionale? Difficile individuare in Italia un sistema che funzioni peggio di questo. Anche nei casi in cui tutte le norme sono rispettate e gli interventi sono leciti e legittimi è difficile sostenere che questo non sia il grande bubbone dei sistemi territoriali locali italiani. Le associazioni sindacali e di categoria fanno il bello e il cattivo tempo, ma spesso non ancorano i loro interventi a una reale efficacia dell’azione formativa. Detto fuori dal politichese: è forte la sensazione di sprecare soldi in iniziative formative che difficilmente funzionano davvero.

Pronto da subito a discutere dei diritti, e dei doveri, dei lavoratori. Ma con i numeri del mercato globale citati sopra la mia principale preoccupazione è evitare che, a forza di chiacchierare e non firmare accordi, cresca il numero dei disoccupati, non dei lavoratori. Io sono entrato nelle case delle famiglie dei cassintegrati e dei licenziati. Ho preso il caffè e parlato di prospettive in luoghi dove il tunnel sembra infinito. Ho visto gli sguardi pieni di dolore composto di chi si gira verso un figlio piccolo sapendo che è stato licenziato e che ritrovare un’occupazione a quaranta- quarantacinque anni non è la cosa più facile del mondo. Ho giurato a me stesso che farò di tutto perché su questo tema ci sia il massimo impegno possibile e allora va bene ogni discussione sulle clausole dei contratti. Ma quando il rischio è che portino via l’azienda, che delocalizzino anche le nostre speranze, penso che sia di sinistra stare dalla parte degli investimenti, non combattere una battaglia che ha come primo risultato l’aumento dei senza lavoro. Si tratta di un ricatto? Mi sembra una parola forte. Ma se vogliamo usarla va bene, mi sta bene anche la parola ricatto. Se c’è qualcuno che ricatta, tuttavia, non è l’amministratore delegato dell’azienda X o Y: è il mondo che cambia a ricattarci. Nei prossimi vent’anni l’Europa dimezzerà la propria forza nella suddivisione della torta della ricchezza mondiale. Non voglio creare allarmismi, ma ne possiamo parlare? Preferiamo esserne consapevoli o prendere la linea dai sindacati che gridano più forte? Oppure, ancora più debolmente, ci rifugeremo nella consueta linea politica che non vuole scontentare nessuno, del «ma anche» e del «né con né con»?


Secondo tarlo da sconfiggere. «L’imprenditore è comunque un evasore. Un evasore in potenza, se non in atto. Ma comunque un problema.» Intendiamoci: questa non ve la dicono mai. Ma lo pensano spesso. Sono tanti gli approfittatori che usufruiscono della definizione di imprenditore per fare più semplicemente i fatti propri. Ma c’è un sacco di gente che dirige la propria azienda con una passione struggente. Dobbiamo smettere di pensare che gli imprenditori siano tutti ladri potenziali, salvo poi spesso vivere con timore reverenziale il rapporto con la locale Confindustria che invece – non ho certo paura a dirlo – in tante città è guidata da chi l’azienda non ce l’ha più. Perché, diciamoci la verità, i partiti rischiano l’autoreferenzialità, i sindacati pure ma non è che le associazioni di categoria scherzino sotto questo profilo, eh! Anzi. In alcune zone del Paese i presidenti delle associazioni dell’impresa non hanno più aziende da una vita. Sono invece da elogiare le tante piccolissime aziende che resistono, che costituiscono il cuore di questo Paese e che risultano spesso indigeste alla sinistra. Come se un imprenditore non possa essere uno che lavora, che rischia, che ci mette del suo. Certo, ci saranno personaggi discutibili, cinici, egoisti, evasori e potete aggiungere voi ogni cliché. Ma la maggioranza degli imprenditori è gente da elogiare. Sono persone che se investissero i propri soldi in speculazioni finanziarie o immobiliari – nonostante la crisi – guadagnerebbero di più di quanto facciano alzando un bandone ogni mattina. Anche perché finché la tassazione sarà più alta per chi investe sul lavoro rispetto a chi gioca in borsa o specula sui titoli finanziari… Nella maggioranza dei casi l’imprenditore, specie il piccolo imprenditore, fa quello che fa perché è appassionato, perché ci crede, perché ama la voglia di rischiare. È convinto davvero del valore sociale di ciò che fa. Ha un elevato concetto dell’onore. Considera il dipendente come parte della sua famiglia allargata, un compagno di strada con cui condividere gioie e insuccessi, non una fastidiosa necessità. Non è un caso che una recente indagine mostri come i due terzi delle piccolissime aziende del Nordest siano guidate da ex operai o artigiani che hanno lasciato il posto fisso per mettersi in gioco.

Terza gatta da pelare, la pubblica amministrazione. «Valutare il dipendente pubblico è quasi impossibile e la produttività in questo settore non è misurabile.» La battaglia mediatica quotidiana del ministro Brunetta ha aumentato la frustrazione di chi lavora nel pubblico e non ha raggiunto – per il momento almeno – nessuno degli obiettivi che si era posta. Io stesso non ho raggiunto grandi risultati in questo settore. Anzi, quando ho provato a insistere su alcuni cambiamenti sono spesso stato rimbalzato. Non sempre, ma spesso. Anche per colpa mia, devo essere sincero: questo è il campo in cui ho commesso il maggior numero di errori di valutazione. Ma al di là della mia piccola esperienza personale, che conta il giusto, sono convinto che il centrosinistra debba sfidare il futuro proprio qui. Tutti i sondaggi dicono che è questo lo zoccolo duro del nostro consenso. Non dobbiamo aver paura di perderlo proponendo non di cambiare tutto, ma di cambiare tutti sì. Sono una persona fortunata. Lavorando con tanti dipendenti pubblici ho incontrato fannulloni e furbacchiotti, come è naturale. Ma ho anche incrociato i passi di alcuni eroi, non solo di mangiapane a tradimento. Ci sono delle professionalità del pubblico che sarebbero pagate il triplo nel privato. Persone che lavorano con una dedizione, una cura, una passione che aprono il cuore alla speranza.

Quelle persone lì, più di quanto si crede, considerano la cosa pubblica con una cura e un’attenzione incredibili. Considero una grande fortuna poter lavorare e imparare da donne e uomini di questo spessore, alcuni dei quali sono entrati a lavorare in Comune addirittura prima che io nascessi ma che non hanno perso in questi anni neanche un briciolo della loro voglia di fare. Però arriverà presto il momento in cui una generale riorganizzazione del settore pubblico sarà fondamentale. Non so dire cosa farà scattare questa esigenza. L’ennesima manovra correttiva dei conti imposta dai mercati globali e dalle istituzioni europee? Forse. Vorrei solo che ciò non avvenisse per l’avvento sulla scena politica di un Marchionne della pubblica amministrazione che scoperchia la pentola. Dobbiamo essere bravi noi, farlo noi, con una proposta capace di suscitare discussioni e litigi ma mettendo l’accento sul nodo irrisolto di decenni di contrattazione, cioè la produttività. Sarebbe una grande rivincita se, per una volta, la sinistra arrivasse in anticipo su questo appuntamento. Se continuiamo a dire che la produttività della pubblica amministrazione non è valutabile in concreto, o lo è attraverso complesse trappole burocratiche che costituiscono solo una perdita di tempo, non guadagneremo consenso tra i dipendenti pubblici, continueremo a perderlo tra gli altri e soprattutto non cambieremo il nostro Paese.

Quarta e ultima battaglia concettuale da combattere: «Le tasse sono bellissime». No, le tasse non sono bellissime. Sarebbero accettabili se i servizi fossero bellissimi. In un ristorante di lusso, so che spendo tanto, ma se il servizio è di qualità, il cibo è buono, il vino è pregiato e magari la compagnia è quella giusta, lo faccio volentieri. Oggi il nostro Paese è uno dei ristoranti più cari del mondo dove alcune portate sono buone ma altre sono indecenti. Il servizio non è granché nonostante ci sia sparso in sala qualche cameriere volenteroso. L’ambiente è discreto ma un po’ invecchiato: avrebbe bisogno di qualche investimento.


Penso che Tommaso Padoa-Schioppa, personalità economica indiscussa del nostro Paese, già banchiere centrale e ministro del Tesoro dell’Unione, fosse uno straordinario professore. La sua recente scomparsa ha addolorato non solo chi lo conosceva personalmente. Ma la sua frase «Le tasse sono bellissime» – pronunciata durante la sua esperienza nel governo dell’Unione – non mi convince per nulla, anche perché è stata decontestualizzata dagli studi e dai libri. Si tratta di un concetto nobile ma anche di un evidente autogol politico.

Esiste un gigantesco problema fiscale in Italia. Siamo l’ufficio complicazione affari semplici. Tra commercialisti e consulenti abbiamo un numero di specialisti tecnici sei volte maggiore che in Francia. E se altrove chi viene beccato a fare il furbo perde l’onore, oltre che in molti casi la libertà personale, da noi non pagare le tasse è intimamente giustificato nella mentalità comune. E più le tasse aumentano più io mi sento giustificato nel non pagarle: quasi una sorta di ribellione, un robinhoodismo di comodo che però è molto diffuso. Quando un presidente del Consiglio – non dirò il nome, ma non è di difficile individuazione – dice con chiarezza e semplicità che «Se le tasse vanno oltre il 50 per cento è morale evaderle», ricevendo un sorriso compiaciuto da parte della maggioranza degli italiani è chiaro che non saremo mai un Paese in cui pagare le tasse costituisce un obbligo etico. Impossibile dire che è bello pagare le tasse. Anche perché, al di là della provocazione culturale che Padoa-Schioppa voleva rivolgere alla comunità politica, il problema esiste ed è forte, molto forte. Dobbiamo avere il coraggio di dire che questo Paese vive davvero un’emergenza fiscale, aggravata dalla crescente convinzione che la spesa pubblica comprenda troppi sprechi. Se ne discute da anni ma non si sono fatti passi in avanti significativi.

Avevo appena sostenuto l’esame di maturità quando la strana coppia Berlusconi-Tremonti propose per la prima volta la rivoluzione fiscale. Due sole aliquote e caccia forsennata all’evasione. Era il 1994. A distanza di quasi vent’anni questa strana coppia ripropone sempre lo stesso schema. Dateci fiducia e faremo la rivoluzione fiscale. Ma il livello della pressione delle tasse in questi anni è rimasto lo stesso. Come mai in vent’anni non sono riusciti a introdurre le due aliquote? Il tempo non è mancato. Eppure una volta non li lasciano governare, una volta c’è la crisi economica, poi c’è quella politica, una volta è colpa di Bossi, una volta è colpa di Casini, una volta è colpa di Fini, una volta sono i comunisti che mangiano i bambini, una volta i bambini che mangiano i comunisti. Sono i campioni mondiali di caccia all’alibi.

L’unica sfida culturale di cui il centrosinistra ha davvero bisogno consiste nel farsi promotore della battaglia per l’abbassamento delle tasse e stangare con una severità senza pari gli evasori, andando a prenderli casa per casa. Senza guardare in faccia a nessuno. Nel mio piccolo ci ho provato durante l’esperienza politica in Provincia. Non che avessimo una grande autonomia impositiva. Ma quel poco che avevamo, l’abbiamo usata. E non per alzare le tasse, ma per abbassarle. Senza averlo dichiarato in campagna elettorale decidemmo di dare un segnale ai cittadini e riducemmo l’Imposta Provinciale sulla Trascrizione. Per dirlo in maniera più chiara: ogni cittadino dei comuni del territorio pagava come tasse provinciali 116 euro all’anno. Dopo la nostra decisione diventarono 89. Pochi soldi, è vero, appena 27 euro a testa. Una pizza e una birra. Ma è il principio che conta. Meno tasse per tutti. Loro lo hanno detto. Noi lo abbiamo fatto.

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Matteo Renzi è il sindaco di Firenze. Il suo libro si intitola Fuori!, è edito da Rizzoli ed è stato presentato il 15 febbraio a Firenze. La foto viene dal suo account su Flickr.