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  • domenica 13 Febbraio 2011

Cosa intendeva Kant

Vogliamo parlare di un filosofo tedesco del Settecento? Sarà sempre meglio degli sms di Sara Tommasi

di Antonio Sgobba

Ieri sono andato a letto tardi,  ho girato per Milano mi sono fermato in una libreria e ho trovato un libro di Emmanuel Kant, il filosofo che Umberto Eco legge senza capirlo. Nel libro “Scritti politici” Kant scrive: “Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”. Questa è l’essenza del liberalismo che i puritani e i moraleggianti robespierristi giacobini non hanno mai capito, per questo hanno tagliato tante teste e realizzato un mondo di terrore.
Lo Stato che vuole attuare con mezzi coattivi la felicità individuale o la morale collettiva – scrive il filosofo tedesco – non raggiunge lo scopo e diventa oppressore. E’ chiaro professor Eco, è chiaro che lei Kant lo legge fino a tarda notte ma non lo capisce.

Giuliano Ferrara ha aperto con queste parole il suo intervento alla manifestazione «In mutande ma vivi». Non è la prima volta in questi giorni che cita Kant. Anzi, è ormai parte integrante della sua argomentazione illustrata dettagliatamente al Tg1, a Matrix, su Il Foglio e Panorama, e sabato al Teatro Dal Verme.

Ma allora leggiamolo questo Kant. Se la sera si ama «festeggiare e cantare» come il presidente del Consiglio, ci si può dedicare alla lettura nella tarda mattinata o nel pomeriggio. Andiamo ad acquistare questi Scritti politici, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, nella storica edizione Utet, adesso disponibile anche in versione economica a soli quattoridici euro e novanta.

Il celebre «legno storto» si trova in uno degli scritti di filosofia della storia: Idee zu einer allgemainen Geshicte in weltburgerlicher Absicht (1784), tradotto: «Idee di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico». Arrivati a pagina 130 troviamo la frase citata. Se guardiamo intorno allo slogan, troviamo qualche elemento in più:

Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. questo problema è quindi il più difficile di tutti e una soluzione perfetta di esso è impossibile: da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura.

«Ci è imposta». Il capo dev’essere giusto pur essendo un uomo; la soluzione perfetta è impossibile, la natura ci impone di approssimarci a questa. Ovvero, la perfezione è impossibile, ma è quello a cui dobbiamo tendere, pur essendo consapevoli della sua irraggiungibilità. I risultati potranno non vedersi nei limiti della vita di un individuo; non conta, li vedrà «la specie». Sarà chi verrà dopo di noi a vedere quell’orizzonte avvicinarsi. Questo dice Kant.

Non sta dicendo che dalla premessa dell’imperfezione umana segue che se hai un capo che abusa di minorenni te lo devi tenere, perché tanto siamo tutti umani e uno meglio non lo trovi. Se lo interpretiamo così non è Kant, è la sapienza popolare con il noto detto er più pulito c’ha la rogna. O al massimo è A qualcuno piace caldo. Il «Nessuno è perfetto» finale di Jack Lemmon, con tanto di alzata di spalle, volo della parrucca e radioso futuro col ricco e vecchio Osgood.

Quell’altro simpatico vecchietto di Konigsberg, invece, intendeva un’altra cosa e la spiega ancora meglio nelle righe successive. Righe che sicuramente non saranno sfuggite a Ferrara, sebbene si trovino in una nota in corpo minore:

Il compito dell’uomo è dunque molto complesso. Come ciò avvenga per gli abitanti di altri pianeti in rapporto alla loro natura noi non sappiamo. Ma, se portiamo felicemente a termine questa missione imposta dalla natura, possiamo vantarci di occupare un posto non trascurabile nell’universo tra i nostri vicini.

La «missione», il «compito», quello che per Kant è «il più grande problema alla cui soluzione la natura costringe la specie umana», sta nel «pervenire ad attuare una società civile che faccia valere universalmente il diritto». Forse a questo punto Ferrara si è un po’ distratto nella lettura. Un aiuto potrebbe arrivare da un altro pensatore liberale, Isaiah Berlin, che nel suo Il legno storto dell’umanità spiegava il motto kantiano così:

Possiamo fare solo quello che possiamo; ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà.
(p. 40)

E aggiungeva:

Certo, vi saranno scontri sociali o politici, ed è inevitabile (…) Ma questi conflitti, credo, possono essere ridotti al minimo promuovendo e conservando un delicato equilibrio che è costantemente minacciato e richiede costanti riparazioni: questa, ripeto, solo questa è la pre-condizione per l’esistenza di società decenti e per un comportamento moralmente accettabile; altrimenti siamo destinati a smarrire la strada.

Questo intende Kant con il suo legno storto, non aveva l’intenzione di brandirlo come una clava – e lo fa notare anche uno dei padri del liberalismo così spesso tirato in causa da Ferrara e Ostellino. Alludeva alla faticosa e irrinunciabile ricerca di un «delicato equilibrio» nella società. È qualcosa di piuttosto diverso dall’urlare al golpe morale circondati da mutande. Quello non è Kant, è Cetto La Qualunque.