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  • venerdì 11 Febbraio 2011

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 7

Siamo alla settima puntata del libro di Brizzi: la Rai e Non è la Rai

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Laterza)

La televisione intelligente

Il 24 gennaio 1990 era stata rettificata l’ultima imperfezione, il dettaglio che depotenziava le tre reti del Silvio rispetto alla televisione pubblica: assecondando lo spirito della prima legge ge­nerale sulle telecomunicazioni firmata dal repubblicano Oscar Mammì, la Fininvest fu ammessa a trasmettere in diretta.
Era un regalo incommensurabile che il pentapartito lasciava in dote al Cavaliere, e avrebbe cambiato per sempre il paese grazie all’uso moderno, massiccio e spregiudicato che il Silvio avrebbe fatto del «Quarto potere».
A chi se ne preoccupava si faceva notare che gli altri tre, se quello alzava troppo la cresta, lo avrebbero messo al suo posto. Il potere giudiziario, in particolare, sembrava destinato a entrare in rotta di collisione con l’impero mediatico e finanziario del Silvio.
C’erano magistrati che stavano conducendo inchieste suggestive su di lui, e non erano esattamente i suoi primi contatti con la Legge. Nel gestirli, però, era sempre stato un maestro del gioco all’italiana.

Nel 1979 il Silvio, nel corso di un’ispezione della Guardia di Finanza ai cantieri di Milano 2, si era presentato come semplice consulente alla progettazione. Le anomalie erano apparse tali e tante da indurre le Fiamme Gialle a ulteriori indagini: i misteriosi soci svizzeri menzionati dal Silvio, però, non furono identificati. Dopo la chiusura dell’ispezione, se il capopattuglia Massimo Maria Berruti e i militari Salvatore Gallo (iscritto alla P2) e Alberto Corrado cambiarono vita, non fu certo in peggio: Berruti lasciò le Fiamme Gialle e venne assunto dalla Fininvest, fu arrestato e poi assolto nel 1985, e sarà carcerato nuovamente con l’ex sottoposto Corrado nel 1994, nell’ambito delle indagini sui depistaggi relativi alle «Fiamme sporche», i militari corrotti della Guardia di Finanza dei quali essi stessi rappresentavano i discutibili capofila.
Ritenuto degno d’un seggio da deputato di Forza Italia, l’ex capopattuglia Massimo Maria Berruti siede ancor oggi in Parlamento.

Un altro ramo d’indagine fu avviato nel 1987 su querela dello stesso Silvio: i giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Gua­­rino avevano scritto che la sua affiliazione alla P2 risaliva a ben prima del 1981, pochi mesi prima dello scandalo che aveva ­segnato la fine della loggia, come lo stesso Silvio aveva sostenuto.
Il tribunale di Verona, però, gli diede torto: la sua affiliazione all’organizzazione di Gelli era da collocarsi nel 1978, a monte dell’ispezione ai cantieri di Milano 2 e di svariati misteri italiani nei quali Gelli ebbe un ruolo non secondario. La sentenza stabilì inoltre che il Silvio aveva mentito a proposito dei suoi rapporti con il Venerabile: benché l’avesse sempre negato, fu acclarato che aveva corrisposto una congrua «quota d’iscrizione» al momento del suo ingresso nella P2.
Non c’era poi troppo da stupirsene: se voi foste Licio Gelli, dominus di un’organizzazione che ha fra i suoi obiettivi quello di smantellare la Rai, ammettereste gratis gli imprenditori delle televisioni private, e cioè coloro che dalla vostra eventuale riuscita trarrebbero il massimo vantaggio?
La P2, a sentire il vero Gelli, aveva avuto in mano l’Italia: «Con noi c’era l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia».
Egli stesso era stato condannato nel 1987, e il Silvio non era riuscito a dimostrare di averlo conosciuto solo al tramonto della P2.
Da qualunque punto la si guardasse, era una brutta storia: andava riscritta, un capitolo alla volta e senza troppo clamore.

Per nulla intimorito dalle precedenti esperienze giudiziarie, il Silvio procedeva inarrestabile. Nel 1991, con la cosiddetta «guerra di Segrate», che lo contrappose a Carlo De Benedetti, riuscì a impadronirsi della Mondadori, la prima casa editrice del paese: si completava così l’assetto mediatico che ancora al momento di andare in stampa – sedici anni dopo la storica «discesa in campo» – compone l’impero privato del presidente del Consiglio.
Lui, naturalmente, dalla gestione del potere non si è punto avvantaggiato; solo un giornale di pignoli e invidiosi come «Il Fatto Quotidiano», ancora nel 2010, può contestare quest’affermazione, ricordando che nel 1993 Fininvest aveva 4,5 lire di debito per ogni lira di patrimonio, mentre nel 2010 l’impero Mediaset vale in borsa (fu quotato all’epoca del primo governo Prodi) oltre 6 miliardi di dollari.
E che volete che sia, in un ventennio di depressione economica, avere come presidente del Consiglio un uomo che ogni anno scala posti nella graduatoria di «Forbes» dedicata agli uomini più ricchi del pianeta? Nel ’93 era a serio rischio di bancarotta, nel 2010 è secondo solo al signor Ferrero, quello della Nutella, che qui ringraziamo per la sua deliziosa crema alle nocciole, ma soprattutto per non essere mai sceso nel campo della politica. Eppure, nella percezione degli italiani, Silvio ricco era e ricco è rimasto.
(E chi vi dice, a voi comunisti, che tenendosi fuori dalla politica non avrebbe incassato ancora di più? Avete una vaga idea di quanto tempo gli abbiano fatto perdere, le beghe parlamentari?)
Per i fan del Silvio, la vita stessa del leader è una fiaba che va ascoltata dalla viva voce di Lui; l’unico punto a favore del centrosinistra, in una prospettiva a medio-lungo termine, è che nessun esponente dell’attuale maggioranza appare narrativamente forte come il Cavaliere. È un discorso che approfondiremo più avanti, ché per ora siamo fermi al 16 gennaio 1991, quando risuonò per la prima volta la sigla di Studio Aperto.

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