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  • lunedì 7 Febbraio 2011

Che cosa impedisce di liberarsi di Mubarak

La costituzione egiziana ha reso complicate, se non impossibili, le dimissioni immediate del presidente egiziano

Esiste anche il rischio che le pressioni delle potenze straniere possano essere dannose

Dieci giorni di proteste ininterrotte in Egitto, a tratti pacifiche e a tratti violente, hanno portato a questi risultati: scioglimento del governo, nomina di un vicepresidente, nomina di un nuovo governo, promessa da parte di Mubarak di non ricandidarsi a settembre, colloqui del nuovo governo con i movimenti di opposizione al regime. Sono risultati significativi ma di per sé non sono risolutivi e infatti non hanno placato le proteste e le manifestazioni: ancora in questo momento piazza Tahrir è gremita di gente.

Il nodo sono le dimissioni del presidente Mubarak, chieste dai manifestanti. È noto che da diverse ore la Casa Bianca sta lavorando con i suoi ambasciatori e vari esponenti del governo egiziano per negoziare un piano che possa portare all’immediata uscita di scena di Hosni Mubarak, con l’insediamento del vicepresidente Omar Suleiman come presidente ad interim di un governo di unità nazionale, col sostegno dell’esercito e dei gruppi di opposizione, Fratelli Musulmani compresi, fino alle elezioni di settembre.

Per il momento, però, le trattative sono in fase di stallo. Questo nonostante Mubarak sia messo molto male: che accada ora o a settembre, sembra ormai certo che lascerà la presidenza dell’Egitto. Forse vuole che resti l’immagine di qualcuno che se n’è andato con i suoi piedi e non cacciato da una rivolta, ma la situazione non sembra ricomponibile. Proteste meno intense di quelle egiziane hanno portato alle dimissioni e alla fuga all’estero il presidente tunisino Ben Ali, al potere per 23 anni. Mubarak però è ancora lì. I membri del suo governo, l’esercito e lo stesso vicepresidente Suleiman non vogliono spodestarlo, nonostante le minacce da parte degli Stati Uniti di tagliare i finanziamenti e le sovvenzioni sulle quali il paese si regge in piedi. Atlantic Wire spiega quali sono le ragioni per cui nonostante tutto liberarsi di Mubarak è molto complicato.

Il problema della costituzione
Come nota Nathan Brown su Foreign Policy, c’è un problema con la costituzione egiziana. Abbiamo detto che Suleiman è stato il primo vicepresidente a essere nominato da Mubarak: la sua carica non è menzionata nella carta costituzionale. In caso di dimissioni di Mubarak, la legge dice che il potere deve passare al presidente del parlamento, Fathi Surur, oppure al capo della corte costituzionale. Entrambi sono due burattini di Mubarak. Inoltre, a norma di costituzione le dimissioni del presidente egiziano dovrebbero portare al voto entro sessanta giorni e non più a settembre, riducendo ulteriormente il tempo per adeguare la costituzione alla fine del regime e permettere ai partiti di opposizione di organizzarsi e uscire dall’anonimato in cui sono stati per trent’anni. Mettere Suleiman alla presidenza implica ignorare del tutto la costituzione egiziana.

Mubarak può nominare Suleiman?
Ci sarebbe una via d’uscita. Dovrebbe essere Mubarak stesso a sospendersi dall’incarico e nominare Suleiman vicepresidente vicario, ad interim, fino alla fine del suo mandato. La costituzione prevede che il presidente possa scegliere a chi affidare il potere se momentaneamente impossibilitato a esercitarlo, ma questa strada implica che Mubarak abbia un atteggiamento collaborativo nei confronti della fine del suo regime. Cosa che fino a questo momento non c’è stata.

Tenersi Mubarak altri due mesi
Altra strada, descritta da Tarek Masoud sul The New York Times. Mubarak scioglie il parlamento, si va a votare entro sessanta giorni, sempre per via della costituzione. All’insediamento del nuovo parlamento Mubarak dà le dimissioni, il presidente del parlamento gli subentra e gestisce una fase di transizione e di riforma costituzionale. Poi referendum sulla nuova costituzione e nuove elezioni. Sulla carta funziona, ma è un salto nel buio: le elezioni tra appena sessanta giorni con Mubarak al potere rischiano di produrre un nuovo parlamento di suoi fedelissimi. E chi garantisce sulle sue dimissioni se dovesse ottenere una nuova vittoria elettorale?

Non si può spingere più di così
L’analista Issandr El Amrani spiega perché tanti funzionari del governo e dell’esercito appoggiano ancora Mubarak. Non tanto e non solo per lealtà, quanto per timore di mettere il paese nel caos e di essere accusati di essere al soldo dei governi stranieri. Per questo anche i governi stranieri, soprattutto quello americano, possono spingere per le dimissioni di Mubarak ma fino a un certo punto: fino al punto in cui alzare la voce non diventa controproducente, fornendo argomenti a chi sostiene che gli Stati Uniti vogliono estendere il loro dominio e la loro influenza sull’Egitto.

foto: KHALED DESOUKI/AFP/Getty Images