• Cultura
  • venerdì 24 Dicembre 2010

Non c’è Flickr che tenga

Il responsabile di un'agenzia fotografica dice la sua sulle riflessioni di Michele Smargiassi riguardo alle foto online

di Nima Rafat

Ho letto e riletto svariate volte l’articolo di Michele Smargiassi pubblicato sul suo blog all’interno di Repubblica online del 21 dicembre e intitolato “L’insostenibile leggerezza del pixel” e nonostante tutto non sono riuscito a trovare un solo punto con cui trovarmi d’accordo.

Mi chiamo Nima Rafat, ho 38 anni, e da circa 16 anni lavoro nel campo della fotografia gestendo un’agenzia fotogiornalistica. Ho iniziato pochi anni prima del passaggio dall’analogico al digitale. Il cambio per quanto mi riguarda è stato molto positivo in quanto il digitale ha facilitato moltissimo il mio lavoro e soprattutto lo ha ampliato.

Certo, come ogni cosa ha il suo lato positivo e quello negativo. Internet poi è stata una vera e propria manna dal cielo. Ha reso e ancora rende questo lavoro più interessante e vantaggioso, se interpretato nella giusta maniera e seguendo una certa etica. Prima, senza il digitale e la rete, sarebbe stato molto difficile appropriarsi di una immagine. L’unica maniera di “rubare” le immagini era quello di farlo sottraendo i negativi.

Il mio lavoro consiste nel trovare storie interessanti, per storie intendo immagini particolari e curiose. Internet come dicevo ha facilitato moltissimo il mio lavoro. Per come sono fatto, sia caratterialmente che per l’educazione che mi è stata data, ogni qual volta incontro un tema che penso possa andare bene per i miei clienti (i giornali, naturalmente) la prima cosa che faccio è trovare l’autore delle immagini, contattarlo, dargli tutti i dettagli di dove e come saranno proposte e naturalmente mettermi d’accordo sulle condizioni economiche. A me sembra un qualcosa di naturale e non di dovuto…

Per questo e altre ragioni non capisco e non condivido nulla di ciò che Michele Smargiassi ha scritto. Non c’è Twitter o Flickr che tenga. La cosa principale è il rispetto del lavoro altrui, che sia un fotografo amatoriale o professionista. Non c’è alcuna differenza. La “vetrina” di cui si parla deve essere rispettata. Se vediamo un bel gioiello in una gioielleria non credo che il primo istinto sia quello di sfondarla. Le persone “normali” entrano, chiedono informazioni sull’oggetto desiderato e poi vedono se sono in grado di acquistarlo o no. La stessa cosa vale per un’immagine. Con i mezzi a disposizione oggigiorno ci vogliono solo pochi istanti per mettersi in contatto con l’autore.

In Italia purtroppo ciò accade molto raramente. Ho avuto anche io brutte esperienze in merito, nonostante non sia un fotografo. Come agenzia distribuiamo molte altre entità come la nostra sia sul mercato italiano che quello estero. Negli ultimi anni spesso mi sono trovato nella posizione di dover spiegare a varie testate online che non è giusto pubblicare immagini senza chiederne l’autorizzazione e che per farlo basta così poco.

Ora per salvaguardare il mio lavoro e quello dei fotografi e delle agenzie con cui lavoro devo quotidianamente controllare le principali testate online italiane per vedere se qualcuno abbia usato nostre immagini illegalmente. Praticamente una caccia continua, una caccia che ti fa perdere tempo prezioso. Naturalmente tutto ciò non accade solo in Italia. Mi sono trovato ad affrontare gli stessi problemi anche in Spagna e altri paesi, ma in tono molto minore.

Per concludere credo che il problema principale sia dovuto al fatto che la categoria dei fotografi non sia in nessun modo salvaguardata. Ci vorrebbe un ordine, per capirci, come quello dei giornalisti. Un’entità che protegga i diritti dei fotografi. Perché ciò avvenga ci vorrebbe un progetto comune, qualcosa che in questo paese manca in diversi campi.