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  • venerdì 17 Dicembre 2010

A Roma, attratto dalla violenze

Il racconto di uno studente che c'era, e che gli ha fatto orrore e tentazione assieme

di Enrico Rama

Io a Roma c’ero.
Quello che voglio qui raccontare non è tanto l’esperienza di quelle ore: chi c’era, chi è stato, chi ha cominciato per primo, poliziotti infiltrati sì, poliziotti infiltrati no.
Io voglio spiegare perché istintivamente guardavo quelle macchine bruciare e la mia testa diceva è sbagliato ma non potevo fare a meno di essere contento.
Partiamo da un fatto: non sono un violento/Black Block/comunista/professionista della violenza.
E, per l’infelicità degli introspettivi intellettuali con la passione per la psicologia spiccia ho una situazione familiare tranquilla e felice.
Mio padre è insegnante di filosofia, mi madre lavora in un negozio di abbigliamento. Famiglia molto impegnata ma poco politica. Cattolici silenziosi (i miei). Tutti di sinistra, ma nessun ex PCI.
In famiglia si lavora tutti e quattro (compresa mia sorella, matricola alla IUAV).
Quindi tutto tranquillo sul fronte familiare.
Per quanto mi riguarda sono studente a Padova, e sono fuoricorso da un anno.
Lo so: non è bello e non starò certo qua a lanciare accuse contro chissachì per questo ritardo, perché sarebbero solo scuse. Posso dire che mi sono perso un po’ via.
Questo preambolo forse non c’entra nulla ma tanto valeva farlo.
Torniamo al punto.

Quando era cominciata l’Onda, a Padova, me lo ricordo.
Era qualcosa di nuovo: un movimento studentesco diverso, non cupo e ideologico come al solito e quello che avvertivo con chiarezza era una netta componente postideologica.
Niente fascisti/comunisti, destra/sinistra, cattolico/ateo.
(Ricordo addirittura quando alcune componenti della destra studentesca manifestarono insieme alla sinistra: fu un attimo. Finì subito).
Insomma si cercava l’attenzione dei media con forme più disparate tutte il meno “ingombranti” possibili e magari nuove.
Si voleva in pratica, la simpatia del cittadino qualunque.
Ma non è andata così.
Ricordo le discussioni tra quelli che volevo bloccare la città, fermare i treni, assaltare le stazioni, scontrarsi con la polizia e quelli che dicevano, no questa è roba vecchia se facciamo così ci bollano di fanatismo e non ci ascolta più nessuno, dobbiamo ottenere risultati e così finiamo emarginati.
Erano discussioni interessanti dove si cercava di scacciare via da un movimento studentesco quella folta cerchia di intellettualoidi, cantori della rivoluzione, e comunisti di ogni declinazione, che da anni detengono il controllo dei movimenti studenteschi italiani (sempre le stesse facce, molti vecchi, molti professori).
La sentivo l’aria nuova e ne avevo il bisogno.
Non mi sono mai impegnato molto per paura e per manifesta inadeguatezza. Non credevo d’essere all’altezza, credevo ci volessero i Capanna (che proclamava orazioni in latino al parlamento) per guidare il movimento ed io, come s’è capito, non sono certo un Brainiac.

Avevo però idee ben precise.
Per farvi capire, ho sempre ritenuto che i primi a cui il movimento studentesco avrebbe dovuto rivolgersi fossero i sindacati di polizia.
Perché i poliziotti avevano (ed hanno) subito tagli gravissimi, perché erano proletari pure loro, statali mal pagati e anche loro con una buona dose di rancore verso il governo e perché so che tutte le rivoluzioni sono avvenute quando le forze dell’ordine sono passate dalla parte dei manifestanti, e una cosa del genere mediaticamente avrebbe rotto qualsiasi cosa: dal governo ai nostalgici del 68/77/Pantera.
Non ci ho manco provato a proporla una cosa del genere: figuratevi come l’avrebbero presa quelli che cioè no alla società proibizionista, cioè la nazione non esiste, la globalizzazione, potere operaio, autoformazione, polizia infame, ecc. ecc. e tutte le altre vaccate che si sentono in Italia da almeno trent’anni.
Poi non ho più seguito la cosa.
Perché, dal mio punto di vista, han preso il sopravvento questi vecchi rivoluzionari che scrivono gli asterischi sui manifesti al posto del morfema che indica il maschile o il femminile, quelli che mi sembrano sempre sul punto di fare il salto dal PCI a Berlusconi.
Quelli che avevano come leader e capi gente che è trant’anni o più che gira sempre negli stessi ambienti aspettando il momento propizio.
Quelli che, insomma, per me erano vecchi anche se avevano vent’anni.
Quindi ho mollato. Troppe assemblee e troppe poche cose da dire, più che altro sempre le stesse.
Ed è passato un anno.

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