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  • venerdì 17 Dicembre 2010

“Ridete di questi vecchi signori”

Ieri, su Repubblica, Roberto Saviano ha scritto una lettera ai manifestanti, agli studenti e ai violenti di Roma. L’articolo è stato commentato da centinaia di persone, perlopiù studenti, e ora Saviano ha controrisposto a una selezione di questi commenti.

Caro Roberto. Le tue parole sono come sempre bellissime; ma questa volta, ahimè, sterili. Ho 26 anni, due lauree e tanta voglia di fare. Sono arrabbiata, stufa, sconfortata.

Non ho più ragione di credere che con “le buone” si ottenga qualcosa, non a questi livelli. Un anno fa mi sarei indignata per Roma, oggi no, oggi sono felice. Perché è vero che la violenza è uno schifo, ma è l’ultima risorsa di chi è disperato. Uso questo termine non a caso: disperato è colui senza speranza. E io sono così. Io non ho futuro: ho 26 anni e non ne ho già più uno. Non potrò mai comprarmi una casa perché non farò mai un lavoro che mi permetta di accendere un mutuo, i miei genitori non possono aiutarmi economicamente e non so nemmeno se potrò mai comprarmi una macchina nuova. Se avrò dei figli non riuscirò a pagare le tasse per mandarli all’università, e quando sarò vecchia non avrò pensione. Non ho più niente da perdere e come me tantissimi, troppi altri.
martabcn
Le tue sono parole molto amare. Ma ragionare così significa darla vinta a questo tipo di potere. Dire che con le buone non si ottiene nulla e invocare la resa dei conti, vuol dire cadere nella trappola. La trappola degli anni ’70, di cui si sente già il puzzo, quella che vuole alzare il livello della lotta: “Prendiamo le pistole, facciamogliela pagare”, proprio come allora. Ma poi a cadere sotto i colpi di quelle armi sono state le persone che cercavano di cambiare il paese, i riformisti. Perché quelli che hanno impugnato le pistole volevano dimostrare che non si riforma, si abbatte. Il movimento di oggi è ancora sano. Mi piacerebbe dire ai ragazzi che oggi scendono in piazza: “Ascoltateli e ridetene, ridete di questi vecchi signori, o eterni giovani, che hanno fallito con le loro strategie”.

Chi non prova rabbia in questo momento? E la rabbia ti cresce dentro, ti porta a urlare, a mostrare che non ne puoi più, che non è più possibile vivere in questa situazione. Ma non la si può risolvere picchiando un finanziere o spaccando una vetrina. Dobbiamo dire ai protagonisti dei movimenti del passato che noi siamo altro. Dico noi perché mi sento parte di questa generazione, anche se ho una storia diversa da quella dei miei coetanei. La lettera che ho scritto ai ragazzi del movimento è un modo per dire: attenzione, non dobbiamo accettare provocazioni. La violenza non ci appartiene, porta a un unico risultato: terrorizzare quelli che non ancora hanno preso parte alla protesta, le persone non convinte, che sentono il disagio ma non hanno ancora scelto. La violenza a cui hanno assistito li porterà a scegliere di non scendere in piazza, a non dare espressione a quel disagio. E lasceremo la piazza solo ai violenti.

(continua a leggere sul sito di Repubblica)