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  • lunedì 13 Dicembre 2010

Il Nobel a Liu visto da Hong Kong

Nella regione cinese indipendente l'informazione sul premio è stata completamente diversa da quella di Pechino

Durante la consegna del Nobel tutti i siti erano accessibili come sempre

di Simone Incontro

A Hong Kong, regione amministrativa speciale della Cina, le persone sono libere di fare affari e soprattutto di esprimere le proprie idee. Ininterrottamente da 16 anni, Hong Kong si conferma come il Paese più libero al mondo sotto il profilo economico, nella classifica stilata Wall Street Journal-Heritage Foundation. Nel 1997, dopo 150 anni di dominio inglese, Hong Kong è stata restituita alla Cina rimanendo un’oasi «occidentale» di libertà e tolleranza. Pechino, temendo il contagio politico, ha cercato di controllare l’area inondando la città di ricchezza. Ma in occasione dell’assegnazione del nobel a Liu Xiaobo le differenze con la Cina si mostrate evidenti anche sul piano dell’informazione e del dibattito.  Ad Hong Kong non si sa che cosa sia la censura. Giornali, tv, internet dicono quello che vogliono. La Cnn trasmette da qui. Internet è veloce, si può trovare il New York Times fresco di pubblicazione e le librerie espongono libri che parlano della setta Falun Gong, del Tibet e della strage degli studenti di Tiananmen del 1989. «Un Paese, due sistemi» per Hong Kong significa soprattutto maggiore libertà, come dimostrano le 45 testate giornalistiche che si disputano i sei milioni di potenziali lettori.

Non si sono smentiti, in occasione della premiazione di Liu. Nel giorno della cerimonia di Oslo, la censura cinese non ha minimamente intaccato i server di Hong Kong. Si potevano aprire – come sempre – tutti i siti internet proibiti da Pechino (da YouTube a Facebook, da quello della Cnn a quello della Bbc) e si poteva assistere alla premiazione live in streaming. I giornali locali hanno irriso il Premio Confucio per la Pace che i governanti hanno organizzato in pochi giorni per contrastare l’eco internazionale del Nobel di Oslo. Il South China Morning Post ha intitolato “Confusion Prize brings Beijing doubtful reward” (Il premio “confusione” porta a Pechino una dubbia ricompensa). L’Apple Daily ha anticipato l’immagine del giorno e ha messo in prima pagina la foto della sedia vuota e un’immagine di Liu e ha intitolato “Tutto il mondo guarderà a quella sedia vuota”. Il China Daily, il giornale che esprime le opinioni del Partito comunista e che è letto dagli studenti universitari cinesi, invece, ha ripreso le dichiarazioni del 7 dicembre del portavoce degli Esteri cinese, Jiang Yu, che aveva affermato che oltre 100 paesi e organizzazioni del mondo sostenevano la Cina nell’opposizione al Nobel per la pace assegnato al dissidente cinese. Per strada alcuni furgoncini diffondevano slogan a sostegno di Liu. Alcuni manifestanti si sono riuniti al Charter Garden e hanno chiesto la liberazione dei dissidenti rinchiusi nelle carceri, come l’attivista che si è battuto per la verità sulle vittime del terremoto in Sichuan, Tan Zuoren. Il giorno dopo la cerimonia, il South China Morning Post ha aperto la sua edizione con il titolo “Una sedia vuota e una standing ovation in onore di Liu”, ha dedicato ben cinque pagine al Nobel per la Pace e ha raccontato come il regime abbia messo in stato d’assedio la via dove abita la moglie di Liu. Nella maggior parte degli editoriali si è sottolineato come il Nobel rappresenti non solo “una spinta di cui c’era tanto bisogno per il morale” ma anche “un catalizzatore per riaccendere il movimento dei dissidenti che chiede ad alta voce la democrazia in Cina”.

Solo due eccezioni a questa celebrazione hongkonghina al Nobel Liu sono arrivate inaspettatamente dall’Occidente, proprio sul South China Morning Post: la prima è di Sidney Rittenberg, visiting professor in studi cinesi alla Pacific Lutheran University dello Stato di Washington, il quale sostiene che “persone intelligenti e coraggiose come Liu non portano a nessun miglioramento tangibile per la Cina e mettono in serio pericolo gli altri dissidenti”. L’altra firma che si oppone alla scelta di Oslo è di David Gosset, direttore dell’Euro-China Centre for International Business Relations (Eccir) e fondatore dell’Euro-China Forum. Gosset spiega in cinque punti come il comitato per il Nobel abbia preso una decisione controproducente.

Fotografia Ed Jones/AFP/Getty Images