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  • martedì 23 Novembre 2010

La diplomazia su Twitter

Come i blog e i social network hanno cambiato il mestiere di ambasciatori e diplomatici

Il lavoro di diplomatico è talmente basato su formalità e protocolli di vario genere che la parola diplomatico è sia un sostantivo che un aggettivo, e significa appunto accortezza, equilibrio, sensibilità, avvedutezza. Tutte caratteristiche che sembrerebbero sposarsi male con la comunicazione su internet, fondata salvo eccezioni da ruvida brevità, sintesi, completa assenza di fronzoli e mediazioni. Per questa ragione, come racconta Colum Lynch su Foreign Policy, chi lavora nella diplomazia internazionale si sta pian piano adattando a un nuovo stile. A volte guadagnando influenza e visibilità, altre generando incidenti istituzionali più o meno gravi.

Nicholas Kay, l’ambasciatore britannico in Sudan, ha aperto un blog per raccontare i giorni che separano il paese dall’importante referendum del prossimo gennaio, che secondo molti osservatori rischia di far ripiombare il paese nella guerra civile. È il livello base dell’attivismo online, diciamo: raccontare quello che accade in un posto, tenere un diario. Altri suoi colleghi hanno avuto approcci più drastici.

Lynch racconta del piccolo casino scoppiato quando il dipartimento di Stato americano ha annunciato su Twitter che l’ex generale Gration, inviato degli Stati Uniti in Sudan, avrebbe incontrato Omar al-Bashir, condannato per crimini di guerra: era falso, seguì un affannoso tweet di rettifica. Oppure di quando un altro tweet di un diplomatico americano in visita a Damasco disturbò la Siria, viste le sue considerazioni sulla libertà digitale e sui filtri applicati a internet dal governo siriano. Poi ci sono casi peggiori. Cinque anni fa Jan Pronk, un politico e diplomatico olandese inviato in Sudan per l’ONU dal 2004 al 2006, teneva su un blog un candido diario politico del paese, senza aver chiesto l’autorizzazione ai suoi superiori alle Nazioni Unite. Il governo sudanese finì per espellerlo, nel 2006, a causa di un post in cui Pronk rivelava il numero delle perdite subite dall’esercito sudanese alla fine di una battaglia contro i ribelli. Il blog di Pronk era molto letto da ambasciatori e diplomatici operanti nella zona, e faceva infuriare anche i superiori di Pronk a New York.

L’ultimo anno è stato quello di Twitter. Susan Rice, attuale ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, utilizza Twitter solo per raccontare le cose di cui si sta occupando, astenendosi dal dare opinioni personali: meglio stare attenti. P.J. Crowley, funzionario del dipartimento di Stato, ha invece un approccio più indisciplinato. Dopo una cena ufficiale offerto dal ministro degli esteri iraniano ha scritto:

Il ministro degli esteri iraniano ha invitato a cena i paesi componenti il consiglio di sicurezza dell’ONU, ma sfortunatamente non ha detto loro niente di nuovo.

L’ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti, Husain Haqqani, utilizza Twitter assiduamente soprattutto per difendere il suo paese dalle critiche dell’Occidente. La settimana scorsa ha spiegato perché le nuove leggi sulla blasfemia, che prevedono pene fino all’esecuzione, non sono poi così male.

Nessuno è mai stato giustiziato in Pakistan fin dall’elezione del primo governo democratico [cioè dal 2008, ndr]. Il Parlamento sta revisionando le leggi vigenti.

Proprio oggi, in effetti, il presidente pakistano ha graziato una donna condannata a morte per blasfemia: le leggi sono quello che sono ma i politici cercano di metterci una pezza. Haqqani ha quasi duemila followers su Twitter. Non sono pochi, ma alcuni suoi colleghi lo surclassano. Il rappresentante della Russia alla NATO, Dimitri Rogozin, ha oltre 11mila followers, principalmente perché non è affatto diplomatico. In viaggio verso il recente vertice di Lisbona, ha scritto:

Volo verso Lisbona coi miei colleghi ambasciatori, il Sec Gen [cioè Rasmussen, il segretario generale della NATO, ndr] è a bordo. Pronti per fare le cose in grande!

Poco dopo, arriva una precisazione storica:

Tra l’altro, la frase ‘Sveglia, pronti per fare le cose in grande!” fu pronunciata da un assistente dell’arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914.

Gavrilo Princip lo aspettava, lì fuori.

Gavrilo Princip era il nazionalista bosniaco che uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, facendo scoppiare la Prima guerra mondiale.

Poi certo: la maggior parte dei diplomatici non ci ha ancora capito molto e anzi è piuttosto scettica. Michael Calcott, direttore generale dell’Istituto per i servizi esteri del Canada, sta tentando di “portare nel 21simo secolo” gran parte dei suoi colleghi e ha organizzato un corso che si chiama “Social media per dinosauri”.

“La risposta del governo canadese è estremamente lenta, così quella di molti altri paesi. Ma molti impiegati dei vari dipartimenti hanno già cominciato a lavorare con i nuovi media e i social network. Il governo sta cercando di recuperare terreno. C’è un’intera generazione di funzionari che non ha idea di cosa siano i social network, delle loro potenzialità, di come siano parte della vita di tutti i giorni per tantissime persone”

John Duncan è un diplomatico britannico che vive a Ginevra, uno dei primi diplomatici britannici a utilizzare fruttuosamente internet. Ha aperto un blog nel 2007, su consiglio dei suoi tirocinanti. Da qualche anno si dà molto da fare per promuovere l’uso di Twitter tra i suoi colleghi, cercando di spiegare loro la sua utilità nel diffondere efficacemente le posizioni del governo britannico e coinvolgere i più influenti opinion makers. “Certo, quando qualcosa va storto succedono cose spettacolari”.