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  • lunedì 22 Novembre 2010

L’India in mano ai piccoli partiti

Il ministro delle telecomunicazioni Andimuthu Raja è al centro di uno scandalo di corruzione politica

La vicenda è un esempio di come funzioni la politica indiana, dettata dagli interessi dei partiti minori

Andimuthu Raja, avvocato e politico di una piccola cittadina nel sud dell’India, è al centro di “quello che potrebbe diventare il più grande scandalo di corruzione politica nella storia del paese”, scrive il New York Times. La storia, continua il quotidiano, è indicativa del funzionamento del governo indiano, costantemente bloccato dagli interessi dei piccoli partiti, spesso guidati da clan e gruppi familiari, necessari per poter governare.

Fino alle dimissioni della settimana scorsa, Raja era ministro delle telecomunicazioni — uno dei ministeri più importanti in India, in cui il mercato delle nuove tecnologie sta crescendo velocemente — senza in pratica avere alcuna competenza in telecomunicazioni. Raja è arrivato dove è arrivato perché sostenuto dai sedici parlamentari del proprio partito, il DMK (Dravida Munnetra Kazhagam), piccolo ma fondamentale per tenere in vita la coalizione al potere dal 2009 guidata dal partito Congresso Nazionale Indiano, di cui Sonia Gandhi è la leader.

Raja è ora accusato di aver usato la propria posizione per aver venduto a prezzi bassi licenze telefoniche di alto valore. Secondo un’inchiesta interna, la sua azione potrebbe essere costata all’India 40 miliardi di dollari e potrebbe mettere in crisi uno dei mercati più forti del paese, le telecomunicazioni. La notizia è arrivata poco dopo quella di altri due scandali che hanno coinvolto membri del partito del Congresso e messo in crisi la fiducia dei cittadini nel governo. La scorsa settimana il premier indiano, Manmohan Singh, è stato incolpato dalla Corte Suprema di non aver investigato con rapidità.

La storia di come Raja sia passato dall’essere un politico di una piccola regione a ministro delle telecomunicazioni è emblematica di come funzioni davvero la politica nella più grande democrazia del mondo, l’India. I piccoli partiti regionali, spesso formati a partire da famiglie o caste, hanno un’enorme influenza, e possono prendere il comando di parti cruciali e potenzialmente redditize del governo per riempire le proprie tasche e le casse del partito. «Quando al centro c’è una coalizione multipartitica devi chiudere un occhio davanti alle azioni dei partiti con meno principi» ha detto Prem Shankar, un analista politico.

Nel 1989 il governo di Rajiv Gandhi cadde in seguito allo scandalo della corruzione interna all’esercito. Da allora, nessun partito è riuscito a vincere le elezioni con un consenso ampio (l’anno scorso il Congresso ha vinto con soli 206 seggi su 543), e questo ha sempre portato a molteplici alleanze con piccoli partiti regionali che, scrive il New York Times, spesso non hanno alcun programma e vedono il posto al governo unicamente come un’occasione per guadagnare denaro.

Ci sono stati episodi di corruzioni anche all’interno del partito principale, il Congresso, ma al momento i luoghi chiave del governo — sicurezza nazionale, estero, difesa, economia — sono in mano a uomini considerati irreprensibili. Che sono però in mano ai membri meno importanti, necessari per raggiungere i numeri che consentono al parlamento di governare.

Il partito di Raja nacque come movimento di liberazione basato sul nazionalismo tamil. Nel corso degli anni il partito ha però abbandonato gli aspetti ideologici sotto la guida del patriarca Muthuvel Karunanidhi, ottantaseienne sulla sedia a rotelle che ha più volte portato al governo i propri figli e nipoti. Alle elezioni del 2004 il partito è salito al governo alleandosi con il Congresso e Karunanidhi ha proposto il nipote — un importante imprenditore locale nel campo dei media — come ministro delle telecomunicazioni. Karunanidhi lo ha però poi rimpiazzato con il meno conosciuto Raja, il compagno della figlia, anch’essa al governo. In seguito al recente scandalo il 14 novembre Raja ha dato le dimissioni, continuando però a dichiararsi innocente.

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