Prepararsi al 14 dicembre, facendo due conti

Il punto della situazione a tre settimane dallo showdown del governo: Berlusconi si può salvare?

Il governo ha tre strade per ottenere la maggioranza alla Camera, una più sbilenca dell'altra

di Francesco Costa

Il prossimo 14 dicembre il governo si presenterà in Parlamento per sottoporsi al voto delle camere. Il Senato voterà un documento di sostegno a favore del governo, presentato dal PdL e dalla Lega. La Camera voterà una mozione di sfiducia del governo, presentata dal PD e dall’Italia dei Valori. Per restare in piedi, il governo deve ottenere la fiducia da entrambe le camere.

Partiamo innanzitutto dai numeri. L’ultima volta che le camere hanno votato la fiducia al governo era la fine di settembre. Il 30 settembre, al Senato, il governo ottenne la fiducia con 174 voti favorevoli. Se tutti i senatori fossero presenti, la maggioranza sarebbe fissata a quota 158. Considerato che i finiani possono contare su dieci senatori, salvo sorprese dal gruppo misto la tenuta della maggioranza al Senato non è in discussione. Diverso il discorso alla Camera. Il 29 settembre il governo ottenne la fiducia con 342 voti favorevoli. Se tutti i deputati fossero presenti, la maggioranza sarebbe fissata a quota 316. Dei 35 deputati dei finiani, lo scorso settembre votarono la fiducia in trenta: Fini per prassi non vota, Granata, Tremaglia e Barbareschi votarono no, Menia si astenne. Oggi il gruppo dei finiani alla Camera conta 36 iscritti, 35 senza Fini. Anche il Movimento per l’Autonomia si è sfilato e dovrebbe far mancare i suoi voti. Se dovessero negare anche loro in modo compatto la fiducia al governo, questo otterrebbe meno voti di quanto necessario, probabilmente 305 o 306. E Berlusconi sarebbe quindi costretto alle dimissioni.

Veniamo quindi alle dichiarazioni d’intenti. Due settimane fa, a Perugia, Gianfranco Fini ha chiesto a Berlusconi di dare le dimissioni e formare un nuovo governo sostenuto da una nuova maggioranza, allargata all’UdC. Berlusconi disse col cavolo, Casini pure. Due settimane dopo, le cose si sono mosse poco. Italo Bocchino oggi ha diffuso una lunga nota in cui dice, tra le altre cose:

«Berlusconi avrà l’amore per l’Italia e il coraggio di fare questo? In cuor nostro speriamo di sì, ma la conoscenza dell’uomo ci spinge a dire che è quasi impossibile e che la conseguenza non potrà che essere una sfiducia irreversibile nei suoi confronti da parte nostra e da parte degli italiani»

Granata ha detto lo stesso pochi giorni fa, lasciando intendere che senza una svolta i finiani non daranno la fiducia al governo. Nel frattempo, altri esponenti di Futuro e Libertà – Ronchi, Urso – si sono detti favorevoli alla ricerca di un accordo con l’UdC. Addirittura ieri il finiano Consolo ha detto che «l’accordo tra Berlusconi e Fini è vicino». Oggi i giornali danno conto delle parole di ieri di Casini, che come suo solito ha detto tutto e niente: ha chiesto un «governo d’armistizio» ma ha detto anche di non avere «fretta di andare a governare», ha detto che «se vogliono cambiare ci siederemo al tavolo» ma ha detto anche che «non ci piace la Lega e non ci fidiamo delle promesse di Berlusconi». Ora, questo è il gioco di Casini da due anni, non che sia cambiato molto: intanto però i giornali di oggi leggono queste dichiarazioni come un’apertura al PdL e danno maggiore credibilità allo scenario del Berlusconi-bis, un nuovo governo sostenuto da Lega, PdL, Futuro e Libertà e UdC. Come quello che ha governato l’Italia dal 2001 al 2006, in sostanza.

Detto che dalle parole di Casini di ieri all’ingresso dell’UdC nel governo ci stanno non due oceani ma dieci, per il governo rimane il problema della fiducia alla Camera, dei quattro o cinque voti che gli mancano. Le strade per recuperarli in questo momento sembrano tre, una più sbilenca dell’altra.

La prima, la più semplice, è la campagna acquisti: i giornali dicono che è già ricominciata e che ha come obiettivi innanzitutto i deputati del Mpa, dell’UdC e i finiani di Futuro e Libertà. Non tutti, però, bensì il gruppo solitamente definito come quello delle “colombe”, dei pontieri, dei più morbidi nei confronti di Berlusconi.

La seconda, un po’ più azzardata, per cui alcuni tra i finiani potrebbero decidere di astenersi: anche tutti, se si deciderà di non spaccare il neonato gruppo parlamentare tra chi vorrà votare la fiducia e chi no. In questo caso il quorum si abbasserebbe e il governo otterrebbe la fiducia. Ma sarebbe azzoppato, costretto a ogni voto a ricorrere al sostegno di un partito che formalmente non lo sostiene più. E anche per i finiani la decisione non sarebbe segnale di grande chiarezza verso i propri esigenti simpatizzanti ed elettori.

La terza strada è ancora più assurda, ma se ne parla e ve ne diamo conto, come se fosse una barzelletta. Nei giorni scorsi Marco Pannella ha fatto una dichiarazione ambigua riguardo le attenzioni riservate da Berlusconi ai Radicali, e per questo si è discusso persino dell’ipotesi che i sei deputati radicali eletti nelle liste del PD possano passare dall’altra parte e votare la fiducia al governo. Ma trattasi per l’appunto di barzelletta.

Ogni altra strada pare portare alle dimissioni di Berlusconi, dopo il voto del 14 dicembre o addirittura prima, appena approvata la Finanziaria: se trovasse un accordo con Casini, infatti, il premier potrebbe andare al Quirinale a dare le dimissioni senza aspettare il voto di fiducia della Camera, per poi formare un nuovo governo. Poi certo, le dimissioni di Berlusconi aprono mille altri scenari possibili. Ma facciamo una cosa alla volta.