I dieci anni in rete di Andrew Sullivan

Andrew Sullivan, autore di The Daily Dish, celebra i suoi dieci anni di presenza in rete con un riassunto molto sincero sulla sua esperienza come blogger

«Scrivere per un blog sta alla scrittura tradizionale come uno sport estremo sta all'atletica: più libero nella forma, più portato agli incidenti, meno formale, più vivo»

di Andrea Privitera

Di questi tempi molti blogger della prima ora festeggiano un decennio di presenza in rete: cominciano gli americani (ma poi sarà il turno anche dei primi italiani). Andrew Sullivan, autore di The Daily Dish, lo fa in questi giorni con un riassunto molto sincero di questi dieci anni turbolenti nel corso dei quali è diventato uno dei blogger più influenti e letti al mondo.

Nato in Inghilterra, Andrew Sullivan arrivò negli Stati Uniti nel 1984 con una borsa di studio per Harvard. Sullivan si considera infatti un conservatore, soprattutto da un punto di vista economico: è generalmente contrario all’intervento dello stato nei mercati e critico nei confronti di certe indulgenze da parte dei progressisti in programmi che ritiene assistenzialisti. Sullivan è complesso da incasellare: si oppone quindi alle quote nei confronti delle minoranze, inclusi gli omosessuali, pur essendo lui stesso apertamente omosessuale. È favorevole al matrimonio per gli omosessuali ed è contrario alle unioni civili, che secondo lui farebbero perdere importanza – anche per le coppie gay – a un legame serio come il matrimonio.

Dopo l’11 settembre si è battuto a favore della politica estera di George W. Bush, spesso ridicolizzando gli avversari del presidente e alienandosi molte simpatie dei liberal con cui aveva condiviso altre battaglie. L’assenza delle  armi di distruzione di massa in Iraq, ma soprattutto l’uso della tortura sui prigionieri di guerra, gli hanno fatto cambiare completamente idea. Una delusione che lo ha spinto ad appoggiare John Kerry nelle elezioni presidenziali del 2004:

Avevo torto, ma soprattutto sono stato scettico nei confronti di quelli che col tempo hanno dimostrato la fondatezza delle proprie posizioni. Ho deriso alcuni per motivi giusti. Ma non ho ascoltato altri nel momento in cui avrei dovuto farlo. Tutto quello che posso dire è che la miglior virtù di questo blog è che non mi ha concesso nessun luogo in cui nascondermi. E se leggerete gli archivi, vi renderete conto che la mia mente e la mia anima si sono lentamente volte verso i venti della realtà, mentre ogni illusione cadeva di fronte ai miei occhi; fino alla consapevolezza che il presidente di cui mi ero fidato e il nobile progetto che pensavo di aver sostenuto… si riducevano a camere di tortura segrete, a uccisioni settarie di massa, al caos e al rinvigorimento di quelle stesse forze che volevamo sconfiggere. Quella consapevolezza mi ha cambiato come essere umano e come scrittore.

L’Iraq non è stato l’unico tema che ha allontanato Sullivan dal partito repubblicano. Anche la forte spinta religiosa dei conservatori americani lo ha infastidito, nonostante lo stesso Sullivan sia cattolico: “secolarista”, però, e oppositore di Benedetto XVI. Con la candidatura di Sarah Palin a vice presidente degli Stati Uniti nel 2008, Sullivan ha infine rotto ogni rapporto con la destra statunitense.

Mentre cambiavano le sue idee, cambiava anche la sua scrittura. Sullivan ha lavorato a lungo nel giornalismo cartaceo: scrive un editoriale settimanale sul Times ed è stato direttore della rivista The New Republic tra il 1991 e il 1996. Abituato alle scadenze lente e precise della carta stampata, la velocità del web gli ha giocato qualche brutto scherzo nei primi tempi:

Quando scrivi su un blog in tempo reale, giorno dopo giorno, ora dopo ora, le emozioni possono sopraffarti. La blogosfera è inondata da esempi di invettive, abusi, crudeltà, accuse di malafede, o anche solo di baccano; questo in parte perché scrivere su un blog è molto più simile all’oralità che alla scrittura, ma anche perché un blog si rivolge alle persone in astratto, e non faccia a faccia. Io non sono innocente in tutto ciò, e vorrei rimangiarmi alcune frecciate, soprattutto quelle dei primi tempi, quando tutti noi stavamo cercando di capire le possibilità di questo mezzo.

Nonostante queste incertezze Sullivan è riuscito a trovare il proprio spazio in rete, diventando soprattutto nei primi tempi una vera e propria autorità. Inizialmente ospitato dal sito di Time, ha poi accettato l’offerta dell’Atlantic di trasferire The Daily Dish. Dal 2007 a oggi, grazie al blog di Andrew Sullivan, il sito della rivista ha aumentato le sue visite del 30 per cento. Proprio sull’Atlantic nel 2008 Sullivan ha scritto l’articolo Why I Blog, una bellissima prova di autocoscienza da blogger. In questo pezzo Sullivan parla della scrittura in rete come una forma di giornalismo intima e emotiva, a causa della sua rapidità e del rapporto trasparente con il lettore:

Per i blogger, la scadenza è sempre ora. Scrivere per un blog sta quindi alla scrittura tradizionale come uno sport estremo sta all’atletica: più libero nella forma, più portato agli incidenti, meno formale, più vivo. Scrivere per un blog è, per molti motivi, scrivere ad alta voce.

Queste caratteristiche, un ostacolo per un giornalista vecchio stampo, sono diventate dei forti vantaggi rispetto ai media tradizionali, come Sullivan ha dimostrato nella cronaca minuto per minuto delle proteste in Iran nel 2009.

Dieci anni sempre al passo con i cambiamenti culturali e sociali sono comunque faticosi, e lo scorso aprile Sullivan è stato onesto anche confessando di aver pensato di chiudere il blog: disse che sarebbe riuscito ad andare avanti solo se avesse avuto un collaboratore, qualcuno che gli desse una mano. L’Atlantic lo accontentò e oggi The Daily Dish festeggia i suoi dieci anni: in questi giorni decine di celebri blogger americani gli hanno fatto gli auguri e lo hanno ringraziato, che se non era per lui non avrebbero mai cominciato.

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