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  • giovedì 16 Settembre 2010

Che diavolo succede in Sicilia?

La storia dei quasi quattro governi di Raffaele Lombardo, e di cosa significano per la regione e per il Paese

Il quarto governo sarà ufficializzato nei prossimi giorni, e spianerebbe la strada al quinto

di Francesco Costa

Raffaele Lombardo è a un passo dall’annuncio di un nuovo ennesimo rimpasto del suo governo regionale, il quarto dalla sua elezione del 2008. Ieri il presidente della regione Sicilia ha annunciato che la nuova giunta sarà presentata martedì, e che non vedrà la partecipazione di “politici in servizio permanente ed effettivo”. I tratti dello schieramento che sosterrà la nuova giunta si vanno definendo, e disegnano uno scenario frammentato e inedito che giustifica la definizione di “laboratorio” che è stata data alla Sicilia nelle ultime settimane. Salvo novità dell’ultimo minuto, sosterranno la nuova giunta il Movimento per l’Autonomia, i finiani di Futuro e Libertà, la parte dell’UdC più lontana da Cuffaro, Alleanza per l’Italia e il PD.

Per capire come si è arrivati a questo casino bisogna fare diversi passi indietro, e ripercorrere la storia dall’inizio. E l’inizio ha a che fare con le dimissioni di Salvatore Cuffaro da presidente della regione, a causa della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, e la successiva elezione di Raffaele Lombardo, sostenuto da tutto il centrodestra. Il primo governo Lombardo è un governo che litiga molto, a causa di varie divisioni trasversali: quella tra Lombardo e Cuffaro, quella interna al PdL tra l’ala vicina a Micciché e quella vicina ad Alfano e Schifani, quella interna all’UdC tra Cuffaro e D’Alia. Quando la direzione antimafia di Palermo mette sotto indagine l’assessore ai beni culturali Antinoro, dell’UdC, Lombardo ne approfitta per il primo rimpasto e lancia il suo secondo governo: fuori l’UdC, dentro alcuni esponenti tecnici e provenienti dalla cosiddetta società civile, tra cui Caterina Chinnici (figlia di Rocco Chinnici, il magistrato assassinato dalla mafia) alle autonomie locali.

Il secondo governo Lombardo imprime una qualche discontinuità all’amministrazione della regione, specie nel settore della sanità, dove l’assessore Massimo Russo, ex pubblico ministero, avvia un percorso di razionalizzazione delle risorse. Lo scontro nel PdL però non si placa e porta alla scissione del cosiddetto “PdL Sicilia”, il gruppo composto da Gianfranco Miccichè e dai finiani, dalla parte di partito fedele ad Alfano e Schifani. La scissione fa sì che questi ultimi votino contro il documento di programmazione finanziaria promosso da Lombardo, e questo sancisce la fine del secondo governo: siamo nel dicembre del 2009.

Il terzo governo Lombardo lascia fuori quella parte del PdL e conta quindi sull’appoggio di MpA, PdL Sicilia e un gruppo di ex esponenti del PD che ha seguito Rutelli nella fondazione di Alleanza per l’Italia. Anche questo è un governo metà tecnico e metà politico, che mette insieme tutte le contraddizioni del fenomeno Lombardo: la scarsa trasparenza con gli interventi positivi sul fronte della sanità, l’utilizzo di metodi clientelari e l’ingresso in giunta di personalità appartenenti al mondo del centrosinistra. Il PD non sostiene il terzo governo Lombardo ma dichiara di essere pronto a sostenere le riforme vitali per gli interessi della regione. Anche perché nel frattempo c’è stato il congresso del PD, e in Sicilia vince una linea – quella del segretario regionale Lupo e dei popolari – di aperta opposizione a Lombardo, al contrario di quella proposta da Lumia e Cracolici che spingeva verso una maggiore collaborazione col presidente della regione, espressione di un movimento autonomista ormai definitivamente emancipatosi dal centrodestra.

All’indomani del congresso del PD, però, i popolari sconfessano Lupo e si dichiarano pronti a dialogare con Lombardo. E d’altra parte il presidente della regione fa un altro passo verso di loro, presentandosi nell’aula dell’Assemblea regionale siciliana dichiarando di avere ufficialmente “reciso il cordone ombelicale con il PdL e con il governo”. Il PD dà l’appoggio esterno alla giunta e vota alcune delle riforme più importanti del governo Lombardo, e su questo si incrina il rapporto tra il presidente della regione e Miccichè, che invece malsopporta la crescente influenza del PD sul governo regionale.

Da qui arriviamo alla cronaca di questi giorni e all’ipotesi sempre più concreta di un quarto governo lombardo, che dovrebbe nascere in questi giorni e dovrebbe essere composto principalmente da tecnici. Dovrebbero sostenerlo il MpA, i finiani, ApI, il PD e la parte dell’UdC fedele a Casini e lontana da Cuffaro (che infatti negli ultimi giorni sta lamentando ritorsioni contro Casini in parlamento, vedi alla voce “gruppo di responsabilità”). Lombardo tenterà fino all’ultimo momento di tenere dentro Miccichè, la cui delega al CIPE è fondamentale per i quattro miliardi di fondi FAS che la Sicilia deve ancora ricevere, ma il fatto che si tratti di un “governo del presidente” di fatto smantella la classica struttura coalizionale delle alleanze di governo: a Lombardo basta mettere insieme un gruppo trasversale di deputati disposti a votare la fiducia alla sua giunta, anche se i partiti non vogliono spendersi mettendo direttamente i loro esponenti nella giunta. Domani sera alla Festa democratica di Palermo ci sarà un dibattito tra il segretario regionale del PD Lupo e Raffaele Lombardo, che probabilmente chiarirà il ruolo del PD in questa maggioranza.

Molti infatti sono convinti che il quarto governo di Lombardo rappresenti una fase di transizione verso un futuro quinto governo Lombardo, centrato sull’asse MpA-PD, capace di rendere più incisivi gli sforzi riformatori degli ultimi mesi. In questo modo il PdL passerebbe ufficialmente e del tutto all’opposizione, facendo di Miccichè lo sfidante naturale del presidente della regione e dando alla Sicilia un governo inedito, sorretto dal PD e da una forza autonomista senza più legami col centrodestra, ma con ancora tutte le sue ambiguità: la partecipazione al governo nazionale, la scarsa trasparenza e i metodi clientelari di controllo del consenso sul territorio.