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  • martedì 7 settembre 2010

Il Secolo d’Italia non è più “nel PdL”

Il direttore annuncia la rimozione della dicitura sotto la testata del quotidiano

Effetti collaterali ma altamente simbolici dell’escalation nella rottura tra finiani e PdL: Flavia Perina, direttore del Secolo (e blogger del Post) annuncia oggi una scelta sulla denominazione del quotidiano.

Ci chiedevamo dal 29 luglio se avesse ancora un senso la dicitura che stava sotto la nostra testata – quotidiano nel Pdl – perché, dopo il documento di espulsione delle “idee di Fini” dal Popolo della libertà, era per noi evidente che quella didascalia non valeva più. Cancellarla anche formalmente, oggi, nella prima edizione dopo Mirabello, è un tributo alla chiarezza: una parte non piccola delle elaborazioni finiane in materia di legalità, diritti, visione della politica, arriva anche dal Secolo d’Italia, oltreché dal lavoro delle fondazioni e dei singoli che, non solo nella nostra area, hanno fornito argomenti, suggestioni e analisi al sogno di una destra maggioritaria ed europea, capace di cambiare le cose e non soltanto di drenare consenso. Se “le idee di Fini” non sono più nel perimetro che la classe dirigente del Pdl ha tracciato a sua tutela, è difficile che ci possano stare le nostre. E allora, liberi tutti: nel mare aperto che sempre ci è piaciuto e che tanto ha irritato per anni i “colonnelli” di An, che contro “questo” Secolo hanno sempre manifestato un’avversione sorda, anche quando ostentavano la fedeltà a Gianfranco Fini.

L'ultima testata "nel PdL"

Annunciando la rimozione della dicitura che riguarda il PdL, Perina riassume poi la storia di indipendenza del suo giornale e i molti attacchi subiti in questi mesi, passando quindi a una tentazione pop.

«Non ci può essere eresia perché nei partiti moderni non c’è ortodossia»: è questa la citazione del discorso di Mirabello che vorremmo incorniciare, anche perché ci abbiamo sempre creduto e uno dei fili conduttori della nostra ricerca è stato proprio il rifiuto della categoria dell'”intellettuale organico” e della ossessione novecentesca per le categorie impermeabili di destra/sinistra, quella sbeffeggiata da Gaber in una celebre canzone. Già, le canzoni. Non tutti lo sanno, ma la guerra delle playlist nel centrodestra ha infuriato per anni. Pure su quelle si doveva avere “una linea”. Guccini, per esempio, doveva restare all’indice. Ritornò “ascoltabile” quando la Gelmini e anche Bondi ne parlarono come di un cantautore molto amato. Oggi apprendiamo che sarà uno dei pezzi forti alla festa di Giorgia Meloni, Atreju, e va bene così. Magari fra un decennio metteranno su pure Mika, quello che canta «Noi non siamo quello che pensi tu», di cui abbiamo parlato bene qualche giorno fa, suscitando alcuni soprassalti.
Ma non facciamoci deviare dalle suggestioni pop. Un Secolo senza etichette e senza diretti collegamenti di partito per adesso va benissimo. Magari, domani, arriverà un’altra “didascalia”, un diverso segnale di appartenenza a un progetto politico: ma siamo sicuri, dopo le parole di Gianfranco Fini, che stavolta non succederà più che qualcuno alzi il telefono per dirci “non è questa la linea”.