Un nuovo Napolitano?

Il tema del giorno sui quotidiani italiani è il presunto cambio di passo del presidente della Repubblica

Il precedente è noto e se n’è parlato poche settimane fa. Il settennato di Francesco Cossiga alla presidenza della Repubblica è stato suddiviso da storici e osservatori in due fasi distinte: una, relativa ai primi cinque anni del suo mandato, passata a svolgere l’incarico nel modo più invisibile e burocratico che si fosse visto nelle precedenti presidenze, da presidente notaio; un’altra, relativa all’ultimo anno e mezzo, a commentare con frequenza e toni poco ortodossi le cose della politica italiana, tanto da guadagnarsi la fama di presidente picconatore.

La storia è rievocata oggi da diversi commentatori, nel descrivere un presunto cambio di passo attuato dall’attuale presidente, Giorgio Napolitano, capo dello Stato da quattro anni pieni. Fino a questo momento il Presidente era stato ampiamente nei ranghi, diciamo, tanto da essere semmai accusato da alcuni di mancare di incisività ed efficacia davanti al minaccioso attivismo del governo Berlusconi su materie delicate come l’immunità o le intercettazioni.

Nei giorni scorsi il tono delle dichiarazioni è cambiato, e Napolitano ha fatto più volte uso di formule ironiche, più nette e meno polverose di quelle usate in precedenza. Ha parlato di «gioco al massacro» facendo riferimento alla campagna del Giornale contro Fini, ha detto che «francamente si resta interdetti» davanti all’iter accidentato della legge sulle intercettazioni, chiedendo ironicamente «che fine ha fatto». Prima ancora c’era stata l’irrituale intervista data all’Unità e la risposta provocatoria alle critiche del centrodestra, che Napolitano sfidò proponendo l’impeachment. Ieri il Presidente ha rilanciato la questione del posto vacante al ministero dello sviluppo economico: un giornalista gli ha chiesto se pensa che l’Italia debba avere un ministro per lo sviluppo economico, visto che il Presidente aveva appena parlato della necessità per l’Italia di dotarsi di una politica industriale. Napolitano ha risposto al giornalista con un’altra domanda – «Lei crede?» – e poi ha detto «Va bene, allora passo la voce…».

Non è ancora chiaro se le recenti dichiarazioni di Napolitano sono legate tra loro dalla decisione di cambiare approccio, magari in vista di una fase che potrebbe vederlo protagonista dei destini del governo, in caso di resa della maggioranza. Intanto la questione è dibattuta sui giornali di oggi. Nadia Urbinati su Repubblica definisce le esternazioni di Napolitano “discrete e a tratti piacevolmente ironiche” nonché “benvenute e opportune”, Paolo Messa sul Tempo minimizza scrivendo che “il capo dello Stato non vuole intralciare il lavoro delle forze politiche ma indirizzarlo, nel rispetto della loro autonomia sovrana”. Peppino Caldarola – che di Napolitano è stato a lungo compagno di partito – sul Riformista parla invece del cambio di passo di Napolitano come di una strategia precisa.

Lo sbandamento politico-istituzionale ha reso necessaria una più severa presa di posizione del Capo dello Stato. Da qui forse la scelta di un nuovo stile, di parole più dirette, di un dialogo più serrato con la pubblica opinione. Attorno al Quirinale si è addensato un capitale di fiducia e popolarità che va messo a frutto. I richiami del Colle hanno l’obiettivo di far rientrare lo scontro nell’alveo costituzionale. Napolitano in queste settimane sta parlando a un paese smarrito e questa volta non vuole che le sue parole siano “messaggi in bottiglia, senza la certezza che vengano raccolti”.

Un editoriale di Mario Lavia su Europa parla esplicitamente di “nuovo comunicatore” e fornisce una lettura più definitiva: interessante, ma da prendere con un po’ di molle.

Cambia lo stile delle esternazioni: e in questo senso forse si può dire che la seconda metà del suo settennato sarà diversa dalla prima. […] Napolitano ha stravinto la partita su ddl sulle intercetazioni (e quel «sapete che fine ha fatto?» è irrisione allo stato puro) e ritiene che il processo breve non sia destinato migliore sorte: valutazione esatta, se si guarda alla deludentissima ricognizione – non ne stanno cavando un ragno dal buco – che si sta facendo praticamente tutti i giorni a palazzo Grazioli.

Napolitano dunque si sente più forte. Più forte non della destra (ché il presidente non vuole essere trascinato impropriamente nella contesa governo-opposizione) ma di Berlusconi e del suo sbrindellato modo di governare. Ormai gli tira le orecchie, «concentratevi sull’economia», e lo riprende davanti a tutti: «Allora ci vuole un ministro dello sviluppo?», gli ha chiesto ieri un giornalista. E lui: «Lei crede? Va bene, allora passo la voce…». Non è in contrasto, questo mutamento di stile, con la ben nota “pignoleria” (o meglio: scrupolosità) dell’esperto uomo politico trovatosi, forse suo malgrado, a tenere vivo il rapporto fra società e politica: il “nuovo” Napolitano è quello di prima. Ma più forte.