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  • sabato 24 luglio 2010

I folli anni Sessanta di Mad Men

Domani parte la quarta stagione negli Stati Uniti: il Wall Street Journal un po' racconta cosa succederà, un po' ci spiega cos'abbiamo visto finora (attenzione, qualche spoiler)

Nella completa assenza di figure stereotipate, la serie ci costringe a identificarci più di quanto vorremmo in un gruppo di pubblicitari razzisti che bevono, fumano e ritengono di avere il mondo in pugno

di Chiara Lino

Mad Men, fin dal primo episodio, ha posto allo spettatore un quesito piuttosto evidente: siamo riusciti a diventare persone migliori, nel periodo di 50 anni che ci distanzia dalle vicende sullo schermo, o siamo rimasti uguali, solo meno eleganti e più politically correct?

Matthew Weiner, creatore della serie, ha ricostruito la copia perfetta di una New York anni ’60 da rivista di arredamento: i personaggi, un gruppo di pubblicitari e le loro famiglie, si muovono con eleganza in un mondo visto attraverso una tale patina di perfezione da far risaltare ogni gesto impulsivo, ogni reazione non calcolata. Il programma è di coprire tutto il decennio, presentare gli avvenimenti che hanno sconvolto e plasmato la società come oggi la conosciamo attraverso lo sguardo cinico e consapevole di persone che pensano di aver già visto tutto. E che, come noi, si rivelano totalmente impreparati ad ogni svolta imprevista che non segua l’ordine prestabilito degli eventi. Veniamo accompagnati con sapienza e quasi ci adagiamo in questo eclatante sfasamento dei valori: nel mondo di Don Draper, protagonista della serie e direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, essere licenziati in tronco perché un tagliaerba ti ha falciato un piede è una nota di colore alla noia della giornata, e non genera neanche un decimo della riprovazione provocata dal matrimonio del tuo socio con una giovanissima segretaria.

Domani debutta negli Stati Uniti la quarta stagione della serie: ne parla il Wall Street Journal, tracciando in pochi paragrafi un riassunto perfetto di ciò che Mad Men ci comunica da anni. Le scene luminose e movimentate del luogo di lavoro, dove i protagonisti sembrano intenti e determinati a cambiare quella ristrettissima porzione di mondo che riescono a vedere, in cui la questione razziale si traduce solo in una base maggiore di acquirenti per i prodotti pubblicizzati, si contrappongono alle scene buie e incerte della vita privata: lì Don Draper perde totalmente il controllo degli eventi, è vittima di fronte al cambiamento che accade suo malgrado e ogni gesto, dal fare i pancake al mattino all’acquisto di un nuovo divano, assume un significato profondo.

I segni del cambiamento, evidenti ai nostri occhi allenati dai fatti di cronaca e dai libri di storia, per i personaggi di Mad Men non sono eventi minori di fronte alle imprevedibili vicende della loro vita privata. Ogni svolta storica di una certa rilevanza viene citata con agghiacciante indifferenza, l’assassinio di tre attivisti per i diritti civili è accennata en passant, prima di tornare ad argomenti di importanza vitale: la moralità del costume da bagno (nell’episodio di lunedì si parlerà dei costumi Jantzen che, guardacaso, proprio quest’anno presentano una linea ispirata agli anni ’50).

L’ultima volta che li abbiamo visti, gli uomini e donne della Sterling Cooper si erano appena emancipati dai proprietari inglesi – che avevano venduto l’agenzia – per ritrovarsi nella suite di un albergo a telefonare ai clienti dalla camera da letto. Il primo episodio della nuova stagione mostra quanto siano migliorate le cose per il gruppo, ora rinominato Sterling Cooper Draper Pryce. Don Draper (Jon Hamm), a capo dell’agenzia, è ora abbastanza importante da rilasciare interviste alle riviste di pubblicità più importanti, respingendo domande come “Chi è Don Draper?”.

Domanda che ha perseguitato gli spettatori prima, poi la sua stessa moglie, tanto da portare alla rottura un rapporto costruito solo su una soffocata, condivisa disperazione e un ideale comune del matrimonio da pubblicità della Barilla. Se non fosse per le atmosfere grevi, per il bicchiere e la sigaretta di troppo che non hanno mai il fascino glamour da indici del successo assunto nelle scene accattivanti dell’ambiente lavorativo.

Abbiamo afferrato il concetto, e da tempo ormai: l’ufficio è vita e speranza, lotta entusiasmante, trasparente nelle sue minacce. La casa di Don è stata l’antitesi di tutto questo: un luogo di malinconia e tensione causata dalla rabbia latente di sua moglie.

Sono assenti le classiche e schematiche antitesi buono/cattivo: il fedifrago Don, pur valendosi dell’innegabile status di protagonista, non può essere considerato l’eroe buono; la bellissima e gelida Betty, vittima più della sua condizione di casalinga annoiata che delle menzogne del marito, non esita a sfruttare a suo vantaggio tutti gli atteggiamenti passivo-aggressivi di cui è capace, terrorizzando i figli.

Intorno a loro, apparentemente cristallizzati in ruoli che forse solo il divorzio riuscirà a spezzare, ogni personaggio segue la sua evoluzione: folle, come suggerisce il titolo della serie, più rilevante di quanto a loro stessi appaia. Nell’avvicendarsi di fallimenti e affermazioni personali, tutti sembrano sottoporsi ad un estenuante allenamento che li lasci meno inermi nel momento in cui, finalmente, lasceranno che il mondo di fuori entri nelle loro vite.

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